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                                                          IL PAESE

comeravamochiaramonti-panor.jpg (96439 byte)Chiaramonti oggi 2014
Comeravamochiaramonti-1899.jpg (120907 byte)Chiaramonti ieri 1899
 

CASALIS, Goffredo, a cura di, Dizionario Geografico Storico-Statistico-Commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, Compilato per cura del professore e dottore di belle lettere Goffredo Casalis, Torino, 1833-1856, in 28 Volumi, di volta in volta pubblicati presso codesti editori torinesi: G. Maspero librajo e Cassone, Marzorati, Vercellotti tipografi. ANGIUS: viene ricordato soprattutto per la collaborazione col Casalis alla stesura della monumentale opera del Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna. Antllatemp4arcbln.jpg (20724 byte)

 

 

 

CHIARAMONTI, antico castello, e borgo della Sardegna nel dip. d’Anglona del Logudoro, oggi compreso nel distretto di Nulvi della provincia di Sassari. La sua situazione è in luogo sovraeminente a tutta l’Anglona, e di vastissimo orizzonte, dove si giace in una concavità tra le punte di S. Matteo, di Codina rasa e del Carmine, senza però che vi si patisca umidità di sorta. Il clima è forse non poco incostante per li venti che vi agiscono spesso e violentemente; i fulmini non rari, nè sempre innocenti; le piogge nell’autunno e inverno non desiderate, e in quest’ultima stagione frequenti le nevi. L’aria dovria tenersi salubre in ogni parte dell’anno; tuttavolta dalla fermentazione de’ letamai ella è mescolata di alquanta malignità, cui per l’addietro addoppiarono altre impurità dalla corruzione dei cadaveri sotto il pavimento della chiesa, dalle cui fessure esalava un gravissimo odore a cotanta molestia de’ divoti, che accadea spesso fossero non volenti sospinti in fuora a ravvivar gli spiriti.
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Le vie anzi sentieri al borgo da qualunque parte salgasi, sono difficilissime e assai ripide per alcuni tratti, e per molti coperte dalle lussureggianti siepi, che se gradite nelle ore estive sono spaventevoli di notte non tanto perchè sotto quell’ingombro acciecasi il viaggiatore, quanto per la comodità a’ scellerati di poter fare dall’alto e improvvisamente e impunemente i colpi.

Componesi questa villa di circa 390 case separate in molti gruppi da strade poco regolari, delle quali tre sono principali e molto frequentate. Ne’ dì festivi è gran riunione in sulla piazza, che dicono su salone dove i giovani prendonsi diletto nelle danze all’armonia di quattro voci, che ripetono le canzoni dei poeti Logudoresi.

Professioni. Le principali sono l’agricoltura e la pastorizia. Vedrai come la prima va sempre più prevalendo sulla seconda da questo che a quella sono applicate più di quattrocento persone, a questa circa 300.

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Su che onde non si concepiscan idee false, convien sapere che di quel numero di agricoltori forse la metà manca di buoi, e quindi o lavora negli altrui campi a conto altrui, o a proprio semina quei tratti di terra che potè dissodare; e sono pochissimi fra quei che diconsi pastori che abbiano suoi gli armenti, e però gli altri o custodiscono roba raccomandata, o servono subalterni, o travagliano a legnare, o, come usano i meno onesti e più infingardi, vagano a trovar sua fortuna, che è ad altri o diminuzione o sventura. Nelle arti meccaniche non si affaticano meno di cento persone, i quali servono ai bisogni della gente del luogo e delle vicine. La comune arte donnesca della tessitura è pochissimo esercitata, non adoperandosi più di 50 telai. Non so di quali altre cose lavorino. chia1realtvirtual430.jpg (35021 byte)

 

 

Istruzione elementare. Questa è la sola che siavi istituita, ma così poco frequentata, che forse non vi interviene nè un trentesimo di quanti dovriano. I genitori lasciansi nella profonda ignoranza dell’utile che viene sempre dall’istruzione ed educazione, perchè dai medesimi è posposto al meschino profitto che hanno dai fascetti di legna che quei teneri non atti ancora a’ lavori che esigon membra robuste, possan vagando tuttodì raccorre.

Popolazione. Consta questa (anno 1834) di anime 2100, in famiglie 385. Avvengono per anno matrimoni 30, nascite 80, morti 60. Le ordinarie malattie sono le periodiche e i dolori laterali, onde è di inverno gran mortalità, massime da che fu quasi generale il disuso del cojetto. L’ordinario corso della vita può limitarsi all’anno sessantesimo della età, quantunque non siano rari gli esempli d’una lunga vita maggiore in persone temperanti, e che si sanno con le antiche vesti sarde ben munire contro i tradimenti atmosferici, se lice così dire.

Costumanze.

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Nella celebrazione delle nozze andando alla benedizione sacramentale usano gli uomini di questo luogo, siccome quelli di non pochi altri, di offrire al paroco entro un canestrino alcuni pani di semola, una guastaduzza di vino e due candele di cera. Gli sposi o vadano in chiesa o ne ritornino, non mai si ommette verso loro la Deiscia versandosi sopra i medesimi grano, orzo e fiori; congratulazione e augurio felice.

Messe novelle. In simil occorrenza il neo-sacerdote vestito di cotta, stola e berretta, accompagnato da un padrino e da una matrina con grandissimo codazzo, e suonando a festa tutte le campane, portasi nella chiesa. Questa riempiesi di gente devota, e di tutti quelli ai quali certe strane opinioni si appigliarono sopra la virtù delle messe novelle. All’offertorio è un movimento generale e affollansi tutti all’altare. Baciato il manipolo del celebrante depongono delle limosine nella preparata sottocoppa. Ritornasi in casa nell’istessa forma, e si instruiscono grandi mense a suntuoso convito. Intanto in quella casa beata confluisce il bene da tutte parti, chè si onora ciascuno di contestare coi doni che possa la sua religione e gioja. Ivi vedrai scelti capi vivi d’ogni specie di bestiame, e morti della età più tenera; caccia di grosso selvaggiume e di volatili; molte misure di grano, orzo, fave, civaje;

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Veglia alle puerpere. Nella nascita de’ primogeniti quando venga la notte le parentele e le aderenze si congiungono appo la puerpera, e dopo uno splendido banchetto passano l’altre ore sino a giorno in gioja tra suoni, canti e balli. Come comparisca il sole si distribuisce alcune vivande del convito alle famiglie del vicinato.

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Compianto. A una morte violenta i primi consanguinei si affrettano al luogo dove giaccia l’interfetto, vi spiegano il loro dolore con crudeli ingiurie e danni alla propria persona, e tra gli ululati delle femmine, le strida della o madre o sposa, il ringhiamento feroce e i giuramenti di vendetta degli uomini, tutti scapiglia-ti, insanguinati, squallenti trasportano il cadavere in casa. Le cantatrici come prima sia composto l’esangue sono pronte alle solite nenie. Le quali non si trascurano mai qualunque sia lo stato della persona.

Funerali. I parenti vi intervengon accompagnati da’ loro amici, e compito il divino ufficio le persone del clero li riducono alla mesta stanza, e quivi loro dicono alcune sante parole per ristorare i cori con dolce consolazione e domar gli animi alla rassegnazione. Nel giorno settimo, trentesimo e anniversario ritornano alla chiesa a rinnovare i suffragi, e così come erasi fatto nel dì del seppellimento, vannovi preceduti da una fanciulla con in sulla testa un vasetto da fuoco a bruciar incensi o a’ piedi del defunto, o sopra la pietra della tomba.

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Religione verso i defunti. Nella commemorazione dei fedeli trapassati vige la pratica già notata nell’art. Bonorva. In quel giorno si fa a’ poveri distribuzione di pane, grano, carne, limosina che dicono Cocces.

Singolari superstizioni. Ricorrendo la festa del santissimo Corpo di Cristo in quelle case ove tra l’anno sia morta alcuna persona, si risuscita la mestizia, e tutto componesi al duolo. Quindi come insti il passaggio delle divote schiere preparasi in mezza la stanza una tavola con tovaglia bianca, e in su questa pongonsi alcune brace dove fumi l’incenso tra quattro candele di cera, o, come usano altri, delle fave cotte entro una scodella tra due moccoletti.

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Intorno alla quale la famiglia piange e prega per l’anima del defunto, principalmente quando dalla racchiusa porta veggan passar il Santissimo. In questo punto si è, che coloro che deplorano estinto alcun parente per mano del nemico osano con ferocità gemendo spiegar pretese di vendetta! Tale spirito di cristianesimo è in essi! Comechè detestabilissima sia questa empietà, essa non è scandalosa, quanto l’altra che veggente il mondo praticano alcuni giovani tra la solennità della stessa religiosissima processione. I quali come esca dalla chiesa il sacerdote col Sacramento corrono per la prima strada, per dove ei passerà, e fermansi sinchè il sacerdote arrivi a quel punto.

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Vedutolo appresso corron per la seconda strada, e così per nove volte per nove diverse strade, nell’ultima delle quali prima che su loro arrivi il Santissimo saran degnati di prodigiose visioni. Imperocchè tengon per cosa certa che vedranno passare le ombre di coloro che sono vivi, ma devon morire entro l’anno, e pure la propria se sia vicino il lor ultimo giorno, e in tutti i segni e gli indizi della morte qual ella siasi. Furono uomini di fantasia assai vivace e buona pittrice che nell’ultima stazione caddero senza sentimento compresi da profondo orrore. Il che, come nè pure la comminazion della carcere, niente è valuto a spaventarli da siffatta empia pratica. Credesi nella jettatura. Il canto del gallo sulla prima notte è avviso che s’introduce nel villaggio carne di bestiame rubato a’ preti. La volpe che entri di notte e guaisca por-tende la vicina morte di alcuno presso cui passi, e tante altre cose più sciocche, che non stanno se non nel difetto di istruzione.

Parrocchia. In altri tempi era, come sono ancora le altre dell’Anglona, contenuta nella giurisdizione ampuriense; in questi si annumera all’arcivescovo torritano. La cura delle anime è commessa ad un vicario, il quale chiama due o tre altri preti in parte della sua sollecitudine.

La chiesa prìncipale è intitolata dall’apostolo s. Matteo, dove niente è a commendare.

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Chiese figliali. Tra e presso le cose sono; gli oratorii uno di s. Croce, altro del santissimo Rosario, nei quali fanno i divini uffizi due confraternite; e la chiesa del Carmine presso il convento di tal ordine abitato da pochi frati.

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Le chiese campestri oggi sono ridotte a poche, s. Giovanni Battista, la N. D. che dicono s. Maria de Aidos, s. Maria Maddalena, che fra l’altre è distinta per la sua struttura, e si crede parrocchiale della deserta villa di Orria-piccinna; ultima s. Giusta. Questa trovasi a piè del monte Ledda in un seno di molta amenità, dove fra una bell’ombra da molti pioppi serpeggia il ruscello, e sorgono bellissime acque; delle quali una presso la chiesa, altre due in una cavernetta sotto l’altare, dando la prima di queste poc’acqua untuosa, l’altra molta ed ottima ad un canale per sotto il pavimento che la versa di fuori. Nella circostanza sono delle abitazioni pel romito, e per le persone distinte che convengono alle due feste, una intorno alla metà di maggio nella domenica più prossima; altra nella terza di ottobre, alla quale concorresi dall’Anglona, dal Montacuto, da Figulina, Montes e altri dipartimenti. Dalla metà di settembre a tutto ottobre essendo continuo passaggio di Montacutesi a s. Vittoria d’Osilo, e i medesimi soliti di pernottare presso questa chiesa accade che vi si faccia gran festa, partecipandovi la gioventù chiaramontese. Anche in altre stagioni questo sito è animato da frequenti compagnie di gente devota o allegra che vengonvi o a religione o a piacere.

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Restano dell’altre antiche chiese le vestigie con la memoria del santo che vi si invocava, ed eran quest’esse: s. Sisto s. Vittoria, s. Catterina, s. Salvatore dove dicesi fosse un monisterio di Benedittini, e prossimamente s. Pietro, dove credesi siano conservati i corpi de’ ss. mm. Arcado e Coripido. In fine s. Lorenzo, s. Nicolò, s. Giusta presso Runaghe longu. V. il Gazzano storia della Sardegna l. III c. XII dove è la donazione delle chiese di s. Maria e di s. Giusta di Orria pitinna per Maria de Thori zia del giudice di Logudoro Comida (an. 1210) a s. Salvatore de’ Camaldoli in mani del prior maggior Donno Martino con l’aggiunta di tutte le loro pertinenze servi, ancelle, case, salti, vigne ecc. Supponesi che il s. Salvatore di cui è menzione sia la chiesa sunnotata.

Agricoltura. Il territorio di Chiaramonti cresciuto con quello che era già di Bisarcio presenta un’area sufficiente per lo meno a una popolazione quadrupla. La coltivazione va maravigliosamente dilatandosi, e para debba poscia non poco crescere. Crescesse parimente la cognizione dell’arte, e si prendessero migliori metodi, si adottassero nuovi utili instrumenti, si riformassero i già usati, e si desse opera a quelle altre parti di cultura che promettono più certo lucro.

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In argomento de’ rapidissimi progressi dell’agricoltura vedi il numero de’ gioghi che s’impiegavano nel 1812, e quanti presentemente. In quello non erano più di 60, in questo (1834) forse più di 275, e si seminarono starelli di grano 1400, d’orzo 200, di granone 20, di fave 140, di ceci 70, di fagiuoli che dicon cornuti 40, di veccia 30, di lenticchie 35, di fagiuoli moreschi e piselli 20, di lino..? La moltiplicazione non è considerevole; di che non si accagioni la natura delle terre, ma piuttosto la poca perizia per mancanza di esperienza che finora fu l’unica maestra degli agricoltori sardi, siccome degli altri uomini posti in egual condizioni di cose. Dai cereali ottiensi il 5, dai legumi l’8, e si raccoglie circa 100 cantara di lino. Negli orti coltivasi finocchio, pietrosello, cipolle, porro, ravanelli, rape, aglio, appio, bietola, cavoli, lattughe, citriuoli, cocomeri, poponi, zucche, pomidoro, carcioffi. Alcune felici esperienze si fecero sul cotone; ma niuno impresene finora la coltivazione.

Le vigne sono felicissime sulla falda, e nelle vallette del monte contro austro e levante. Le viti dell’uva bianca sono distinte in diciassette varietà, della nera in 12, della rossa in 2. I vini hanno fama di bontà; ed è tanto la loro quantità che se ne può e suole somministrare ai vicini villaggi. Cuocesi assai di mosto per sappa, e se ne brucia non poco per acquavite.

Piante fruttifere. Prugni di varietà 14, peri di 40, pomi di 16, fichi di 16, peschi di 6, e altre tredici specie, ciriegi, noci, castagni, mandorli ecc. ecc. Grandissimo è il numero degli individui; onde tanta la copia delle frutta, che fattane non piccola parte alle genti d’Anglona, ne resta assai per ingrassare i majali.

Tanche. Più della metà del territorjo è chiusa, ma di questa estensione appena un terzo appartiene a proprietari chiaramontesi. Di esse sono 62 che si coltivano, e 250 che si lasciano per la pastura del bestiame manso e rude. Le più di queste hanno quercie, lecci, soveri, delle quali specie sono non rare le piante di sì gran diametro che una catena di tre o quattro uomini toccantisi di lontano non sempre eguagline la circonferenza.

Monte Sassu. Giace quindi proteso ai monti di Limbara più largo che eminente, presentando un dorso che pare poco difficile. Grandissima parte del ghiandifero è su le sue pendici, e la schiena quivi pure prevalendo di numero la specie de’ lecci. Tra esse ritroverai frequentissimi gli olivastri. Vuolsi che queste selve ricoprano una superficie di circa 40 miglie quadrate; le quali se sieno per tutti i luoghi egualmente folte non so a quanti milioni possa ammontare la somma delle piante.

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Senza questa del Sassu sono nel chiaramontese altre considerevoli eminenze, quali di più, quali di men vasto orizzonte, e sono nominate Montozastru, Còcchile, Montardu, Eleghia ecc.

Questi luoghi boscosi sono stati in ogni tempo il nido de’ più scellerati, e in alcuni siti sono tuttora durevoli le memorie funeste de’ loro delitti, e del disperato loro valore. È nobile sopra gli altri il castello di Oloitti, rupi così dette per la loro forma e per lo scoscendimento de’ fianchi, dove nel secondo quarto del secolo scorso riparavasi spesso il famoso bandito Giovanni Fay, di cui ti darò poi qualche contezza.

Dicesi che a piccol intervallo del fiumicello che lambe quelle ime rupi sia indizio d’un vulcanetto in un continuo fumo che spira da piccole fauci. Si è pure preteso sia in queste regioni un minerale di carbon fossile (in che certamente scambiano la lignite o antracite) e si possa trovare del ferro. Tra le terre vantasi certa specie di colore verdiccio e di un grave odor di zolfo, onde si trarrebbe del salnitro, e altre di cui volessero lavorare li vasai.

Pastorizia. Nel 1834 erravano in questi pascoli armenti di cavalle 14 nella comune di capi 30, di vacche 30 nella com. di 110; le càpre in 12 greggie di 80; le pecore in 125 greg. di 250; i porci in 13 greg. di 50. In totale, non compresivi i giumenti e cavalli di servigio, capi 36,580. Da questo conto sottratta le parti spettanti a proprietari stranieri, resta ai Chiaramontesi nel rude vacche 300, pecore 3000, capre 1000, porci 800, cavalle 100, nel manso buoi 550, cavalli 80, vacche 150, maiali 200.

I formaggi sono ben riputati, e venduti annualmente a Castelsardo e a Sassari nella quantità di circa 325 cantara. Potrebbesi lucrare il doppio se la metà del latte non si consumasse a nutrimento delle famiglie pastorali.

Stazi. In alcune capanne formate a cono, od in casolari sparsi qua e là per le varie cussorgie di questo territorio siedono da 150 famiglie, nelle quali si numerano circa 800 anime. Sono questi dalla vicina Gallura, ne adoprano il linguaggio e le maniere, e in tutto si assomigliano ai pastori stanziati nella parte occidentale della medesima.

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Selvaggiume. Troverai cervi, daini, cinghiali, volpi, lepri, gatti, martore. Più dell’altre è moltiplicata la generazione de’ cinghiali, e delle lepri. Tra le specie volatili è grandissima copia di pernici, tortorelle, merli.

Acque. Si conoscono non meno di 300 sorgenti, e le più di acque salubri; come sono certamente le somministrate al popolo delle due fonti una a tramontana, altra a ponente del villaggio, e quelle che si attingono da vene sotterranee. Da tanto numero esistono circa 45 ruscelli, e da essi i fiumi di s. Pietro, Puligosu, Cannarza, e Badu-olta, d’altri appellato Peracchi. Esso nasce da Monteledda nella linea di làcana di questo e del Ploaghese, entra nella vidazzone di Orria-piccinna, scorre verso Orria-manna, regione Nulvese, quindi voltosi contro levante nella gran valle dell’Anglona si mescola al fiume Coguinas.

Antichità. Sono a levante in distanza d’un quarto le vestigia dell’antica popolazione di s. Giuliano; sulla tramontana a mezz’ora quelle dell’Ervanana; sul ponente e circa quelle di s. Lorenzo, di Orria-piccinna, di Giulia a diversi intervalli. Credonsi disertate dalle pestilenze ne’ secoli XIII e XIV.

Norachi. In area cotanto vasta fu chi ne annoverasse 150, dei quali moltissimi in gran parte demoliti, altri di poco scemati. I più hanno l’entrata assai bassa, e in vicinanza una sorgente. Dentro trovaronsi alcuni istrumenti di rame, e aggiungesi, grandi ossa!!

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Questo comune fa parte del principato di Anglona. Vedi quest’art. I Chiaramontesi molto si gloriano che sia nato fra loro nell’anno 1743 il generale di Villamarina D. Giacomo Pes, già luogotenente generale del regno. V. il Caboni ne’ suoi ritratti poetico-storici di alcuni sardi moderni.

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Castello di Chiaramonti. Sebbene la eminenza dove sorge la parrocchiale di s. Matteo non fosse de’ più difficili ed aspri siti, era perciò una bellissima posizione. E vi fu edificato un castello, e probabilmente dai Doria, quando in sul risolversi del regno logudorese ei si impadronivano della curatoria di Guisarchio, di altre regioni, e vi si fortificavano. La sovraposizione della chiesa sopra parte dell’arca che chiudevasi in questa rocca non ci consente di ravvisarne la giusta icnografia; non pertanto ci sono tali vestigie che arguiscono la sua robustezza e la capacità. Sta ancora tutto intera una torre, perchè fattasi servire a campanile; sono di un’altra visibili alcune parti, ed è qualche vestigio delle mura, tra le quali la cisterna scavata nella roccia. animacasamia14.jpg (116955 byte)

I Doria in pena della loro ribellione al re di Aragona furono nel 1348 abbattuti da quasta fortezza per Rambaldo di Corbera ausiliato dalle genti arboresi. Due anni dopo essendosi alcuni di questa famiglia riattaccati alla parte regia fu a’ medesimi confermato il feudo di Chiaramonti con le curatorie di Guisarchio e di Anglona. V. lo Zurita all’anno 1350. Nella pace del 1355 tra il giudice di Arborea e il re D. Pietro si conveniva che questo castello cui tenevano alcuni Doria fosse consegnato all’arcivescovo d’Arborea e in lui rispettato finchè il papa decidesse il litigio. Nel 1357 fu dato a Brancaleone Doria con la città di Guisarchio, e gli altri feudi della famiglia.

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