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la foto è puramente casuale

Mastru Paulu Deriu

di Carlo Patatu

Mastru Paulu, originario di Ozieri, aveva l’officina in Carrela ‘e su Rosariu[1][1]. Mi riferisco agli anni ante seconda guerra mondiale. Godeva fama di bravo artigiano; ma di affidabilità scarsa circa i tempi di consegna delle opere commissionate. Doveva dar conto anche a un altro mestiere, che esercitava parallelamente e che sovente lo teneva lontano da incudine, martello e forgia: era infatti un apprezzato e ricercato cantadore a chiterra[2].

Manco a dirlo, delle due arti privilegiava la seconda, a lui più congeniale. Gli consentiva di frequentare persone e ambienti sempre diversi, andando in giro per la Sardegna ed esibendosi nelle piazze su palchi rustici eretti alla bell’e meglio in occasione di feste e sagre paesane.

Chi ebbe modo di ascoltarlo gli accreditava una voce tenorile di spessore notevole, impreziosita da un fiato incredibile che gli permetteva, senza torrare alenu[2][3], di sfoggiare gorgheggi che non finivano mai e melismi tanto elaborati da mandare in solluchero la platea degli ascoltatori, allora affollata, attenta e competente.

Suo collega e competitore sui palchi, ma anche grande amico e compagnone di tante avventure epiche, era il ploaghese Antonio Desole, ugualmente famoso per la voce melodiosa, limpida e robusta.

Di potenza vocale c’era proprio bisogno, a quel tempo: i cantadores non potevano avvalersi di microfoni e impianti di amplificazione. Cantavano come si canta all’opera, al naturale. Con la differenza che i cantadores, quasi sempre accompagnati dalla sola chitarra, si esibivano, non in un teatro, ma all’aperto.

Tenuto conto della precarietà dei mezzi di trasporto, ogniqualvolta andava fuori paese per partecipare a una gara canora, mastru Paulu stava lontano da casa (e dalla fucina) per più giorni. Essendo uomo estroverso, di carattere gioviale e scherzoso, faceva combriccola con chi gli capitava, attardandosi a divertirsi e spassandosela alla grande. Non di rado le sue trasferte si prolungavano oltre il dovuto. Con grande sconcerto di sua moglie, tia ‘Ainza Fiore[3][4], che, al rientro, gliele cantava di santa ragione. Peraltro senza profitto.

Di statura modesta, occhi minuti e vivaci, sguardo penetrante, corporatura non robusta ma resistente alla fatica, colorito bruno, barba e baffi crespi, stringeva costantemente mezzo toscano fra i denti. Acceso o spento che fosse.

Sempre pronto alla battuta di spirito e al commento arguto, non perdeva occasione per lasciare di sasso il proprio interlocutore. Specie se gli si rivolgeva con aria impertinente. Al parroco che, vedendolo invecchiare, con poca accortezza si permise di chiedergli quando avesse potuto accompagnarlo al cimitero, ribatté imperturbabile: “A mie chi mi che pìghene e a vostè chi nde lu fàlene...[4][5]”.

Rimasto vedovo, essendo ormai avanti negli anni, andò a vivere con la figlia Margherita, che abitava a ridosso del nuraghe di Erula, proprio all’ingresso della borgata rurale, che all’epoca faceva parte del Comune di Perfugas.

Durante il periodo da me trascorso a Tettile[5][6], passando da quelle parti ebbi modo d’incontrarlo e parlargli più volte. Divenuto cieco, se ne stava a lungo seduto su una seggiola bassa, accanto alla porta di casa, ai bordi della strada. Mento e mani poggiate sul manico dell’ormai inseparabile bastone, sguardo smarrito nel vuoto. Lo salutavo con calore e simpatia; al che, riconoscendomi dalla voce, rispondeva cortese, non mancando mai di trattenermi per scambiare quattro chiacchiere e avere così novità su Chiaramonti.

Fra l’altro, gli davo conto anche dei compaesani che, nel frattempo, erano passati a miglior vita. Una volta, sentendomi dire che, nel corso dell’ultimo mese, n’erano morti almeno quattro, volse il capo verso la porta e, toltosi per un attimo il sigaro di bocca, rivolto a sua figlia esclamò serio: “Intendende ses Margari’? Non leo e mi bi trattenzo!...[6][7]”.

Della sua attività di cantadore a chiterra non resta altro che il ricordo di pochi anziani, per giunta abbastanza impallidito. Nessun disco. Eppure mastru Paulu era stato chiamato a Roma da una casa discografica per una incisione. Ma lui, testardamente, aveva rifiutato le profferte reiterate provenienti d’oltremare. I familiari, che pure erano favorevoli, non riuscirono a smuoverlo dal diniego. Qualcuno, non si sa bene se per ignoranza, invidia o malafede, gli aveva ficcato in testa che, se avesse dato fiato al microfono per incidere un disco, avrebbe perduto per sempre la bella voce tenorile, che sarebbe rimasta irreparabilmente imprigionata nell’apparato magico della registrazione.

Si può dire tuttavia che, per quanto riguarda mastru Paulu Deriu, la fama di cantadore ha fatto premio su quella di frailarzu. Della sua attività artigianale non rimangono tracce, sepolte definitivamente dall’oblio. Eppure dev’essere stato molto abile in quell’arte, che seppe trasmettere in modo egregio a un bravo allievo originario di Ploaghe, il quale imparò nella sua fucina a battere puntigliosamente il ferro e a modellarlo; per divenire poi un artigiano di tutto rispetto. Quell’allievo si chiamava Micheli Brundu, che, a sua volta, trasferì mestiere e bottega al proprio figlio Maucciu[7][8].

 

 


[8][2] Cantante in lingua sarda, accompagnato dalla chitarra, si esibiva sui palchi in occasione di feste e sagre paesane.

 



[1][1] Via Rosario.

[2][3] Tutto d’un fiato.

[3][4] Zia Gavina.

[4][5] Che mi portino pure su; ma a lei auguro che la riportino giù (in paese, dato che il cimitero è posto in collina n.d.a.). La traduzione in italiano non mi consente di riportare con efficacia la battuta secca e sferzante. Detta in sardo è altra cosa.

[5][6] Già borgata del Comune di Chiaramonti, vi funzionavano una scuola elementare e un corso d’istruzione popolare per adulti. Fu la mia prima sede di servizio nel 1955/56.

[6][7] Capito, Margheri’? Guai a me se mi ci fossi trattenuto ancora! (a Chiaramonti n.d.a.).

[7][8] Diminutivo di Antonio Maria.