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Antoninuu.jpg (29665 byte)Antonino Falchi. 1875-1954

L’autore della maggior parte delle foto risalenti ai primi decenni del novecento sono del sig. Antonino Falchi. Io l’ho conosciuto negli anni cinquanta del 900, poiché giocavo nell’area antistante alla chiesa Parrocchiale di San Matteo e lui, armato di un apparecchio fotografico su cavalletto a treppiede, con tanto di tenda per ficcarci dentro la testa allo scatto e flash al magnesio amava soggiornare e scattare foto proprio in quello spazio occupato perennemente dai clienti del barbiere tiu Paulantoni Pinna e da molti altri perditempo. Il signor Antonino era un uomo eclettico che s’interessava di mille cose, insomma quasi un tuttologo. Eccelleva nella fotografia e la sua preparazione culturale era a 360 gradi partiva dalle scritture sacre fino a quelle più estremiste e laiche. Era anche burbero con noi ragazzini ma non disdegnava un amabile sorriso. Aveva la barba lunga e bianca, incolta quanto basta che cadeva dolcemente fluente su una giacca senza forma, dalle cui tasche piene di piccoli oggetti e cianfrusaglie, pendeva fuori sempre qualcosa. Aveva le scarpe grosse e perennemente slacciate, un fare sornione di un profondo pensatore filosofico. Credo di essermi limitato con lui a semplici saluti e brevissime frasi. Abitava poco distante da casa mia, io vicino a “s’arcu”, lui adiacente all’abitazione de “s’avvocadu Fasche”, oggi market Moretti.

 

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Da SCUOLA CHIESA E FANTASMI di Carlo Pattatu, L’Educazione di un Laico Chiaramontese. Edizione Gallizzi 

 

IL SIGNOR ANTONINO FALCHI  

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La foto a fianco è tratta dal libro medesimo e trattasi della piccola Rosalba Muzzoni in braccio a Maria Caterina Falchi Gemma.

 

 

Genio e sregolatezza erano i tratti distintivi di un personaggio abbastanza singolare, che ebbi modo di conoscere e frequenta­re con assiduità durante gli anni della mia infanzia. Si chiama­va Antonino Falchi!, era vedovo e viveva coi figli Maria Cateri­na2 e Battista3. Diversamente dalla consuetudine, la gente lo gratificava dandogli del signore, invece di chiamarlo semplice­mente tiu4, come sarebbe stato più logico e nel rispetto della tradizione loèale. Invece, con questo appellativo gli si rivolgeva­no soltanto i suoi parenti. Il titolo di signore stava a significa­re che si trattava di persona con la quale in paese non si aveva granché di confidenza. Forse perché il signor Antonino era lontano culturalmente dal mondo agro-pastorale; suo padre era stato per un quindi­cennio segretario di questo comune. Ma anche perché le vicen­de della vita lo avevano portato a vivere lontano da Chiara­monti per parecchi anni. In Romagna, terra di origine di sua moglie5, e in altre contrade della Penisola durante il servizio militare, prestato nella I Guerra mondiale (1915-18), come spe­cialista del Genio. Era un salutista, non fumava e non beveva vino. Si concedeva un brindisi soltanto nella ricorrenza della fe­sta di Santa Barbara6, patrona dei genieri. Alto e di corporatura asciutta, aveva un non so che di distin­to, un tratto aristocratico. D'inverno teneva sempre una man­tella grigioverde a ruota ad avvolgergli le spalle ossute. Gli scar­poni con suole di gomma costantemente slacciati, perché sof­friva di gotta. Capelli e barba lunghi e di un bianco che volge­va ormai al giallino. Sembrava Leonardo da Vinci. Di primo ac­chito, incuteva soggezione. I compaesani gli si rivolgevano con tatto e circospezione; anche per via di certe sue stravaganze e perché prendeva cappello facilmente. In realtà, a ben conoscer­lo, si scopriva che era uomo di buon cuore, di grande disponi­bilità e, a dispetto delle apparenze, sensibile, niente affatto bur­bero e per niente presuntuoso. lo lo conobbi che era ormai anziano. La mia famiglia e la sua vissero per tanti anni d'amore e d'accordo nel medesimo edificio: loro al primo piano e noi in quello terreno. Avevamo in comune l'ingresso, un lungo corridoio, un improbabile servi­zio igienico, sarebbe più corretto chiamarlo latrina, e il cortile. Fruivamo insieme anche di un pozzo, che soddisfò puntual­mente le esigenze nostre e del vicinato. Fino ai primi anni Cin­quanta, quando i rubinetti dell'acquedotto pubblico fecero la prima comparsa nelle case del paese. Il cortile, dominato da un fico gigante e generoso, era illuo­go preferito dei nostri giochi infantili. Mia madre, pur di aver­ci a portata di mano, e di battipanni all'occorrenza, lasciava che ciascuno di noi ospitasse i propri compagni. E siccome erava­mo una mezza dozzina di figli, in quello spazio all'aperto raz­zolavano di solito non meno di una ventina di bambini. Una bella schiera di puledri imbizzarriti da controllare e sopporta­re. Soltanto quando compariva signor Antonino, sempre alle stesse ore e per le medesime incombenze, ci ritiravamo in buon ordine. Gli lasciavamo volontariamente il campo libero. D'altra parte, mia madre non permetteva in alcun modo che potessi­mo intralciarne le abitudini con scorribande e urla, sia pure gioiose.

Signor Antonino Falchi era un uomo straordinario e d'intel­ligenza vivace. Quello che si dice un genio. Di mestiere faceva l'orologiaio e il fotografo. Ma trovava il tempo per divorare li­bri e giornali. Si teneva costantemente aggiornato sugli accadi­menti recenti e remoti. Era uno dei pochi, in paese, a leggere anche un quotidiano a tiratura nazionale. Oltre a quello sassa­rese «L'Isola», che ogni pomeriggio gli passava suo cugino dot­tor Grixoni7, leggeva anche «Il Telegrafo». Due stanze del pia­no terra erano a sua completa disposizione: una la usava come laboratorio, perché disponeva anche di un accesso diretto dalla strada; l'altra fungeva da camera oscura. Entrambe erano stra­piene di libri, scaffali, mobili e scatole contenenti materiale fo­tografico. Quel vecchio estroso conservava di tutto e di più, in un disordine pittoresco. Quelle due stanze erano una specie di bazar, dove il signor Antonino riusciva a trovare sempre e in un battibaleno quello che andava cercando. Ma se la ricerca an­dava a vuoto, il che gli accadeva di rado, erano dolori.

Allora sì che gli montava la collera. Se la prendeva inevita­bilmente con chi, avendo osato di mettere mano a sproposito nel suo regno, si era permesso di riordinare le sue cose, facen­dogli così perdere l'orientamento in quella sorta di bottega de­gna del maestro Mabuse8.

Al laboratorio di orologeria si accedeva dalla via Lamarmora. Per gran parte della giornata, il nostro uomo se ne stava sedu­to sulla parte destra della stanza, davanti a un tavolo da lavoro che, oltre al minuscolo tornio a pedale, presentava una ricca dotazione di teche di vetro, cassetti e cassettini con dentro una miriade di oggetti; il pane quotidiano del suo lavoro. Pezzi di ricambio, molle esaurite e nuove, viti microscopiche, rotelle den­tate, ingranaggi vari e la dotazione completa degli utensili per il prezioso tornio. Col quale era capace di ricostruire abilmente gran parte dei pezzi di ricambio degli orologi tascabili Roskopf­Wille Frères, le simpatiche e robuste cipolle tascabili che i nostri nonni gli portavano da riparare. In tempo di guerra, di ricam­bi non ce n'era; ma il signor Antonino, con abilità eccezionale

1. Antonino Falchi (1875-1954), era il 12° figlio di Battista Falchi Manca, che fu segretario del Comune di Chiaramonti per una quindicina di anni.

2.   Maria Caterina Falchi Gemma, vive attualmente a Roma.

3. Battista Falchi jr, meccanico e commerciante di elettrodomestici, scompar­ve nel 1972 a 49 anni.  

4. Si usava, e si usa ancora, rivolgersi con l'appellativo tiu o tia (zio o zia) alle persone del luogo, ancorché non legate da vincoli parentali, in segno di una fa­miliarità rispettosa. Il titolo di signore, signora o signorina erano riservati ai fo­restieri e agli aristocratici, veri o presunti che fossero.

 

5. Teresa Spreti (1888-1933), era venuta a Chiaramonti come ostetrica da Mo­digliana (Forlì), subito dopo la Grande Guerra. In paese aveva conosciuto il si­gnor Antonino Falchi, che poi sposò nel 1921.
 6. Ricorre il 4 dicembre.
7.     Cfr. Don Christòvulu, p. 15l.
8.   Cfr. Il «diabolico dottor Mabuse», film di Fritz Lang.

 

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