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SU CARRU A BOES EI SU JU

Possedere un carro a buoi equivaleva ad avere un patrimonio; insomma era come avere una utilitaria o comunque un valido mezzo di trasporto che serviva anche a sollevare dalle tremende fatiche dei campi il capo famiglia. Il resto della famiglia se ne giovava durante l'anno per andare alle feste con tutti i viveri appresso e, numerose volte si dava il passaggio a chi, la strada doveva percorrerla a piedi, soprattutto quando si era alla fine della giornata lavorativa.

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In s'arzola chi aveva a disposizione un giogo ambiva a partecipare ai lavori della trebbiatura per trasportare cun cussu trazu la paglia dai pressi della trebbia verso il perimetro più lontano dell'aia dove la paglia veniva ammucchiata, e dove chi a spalla chi a dorso d'asino ne faceva provvista per l'inverno come mangime e lettiera per gli animali.carru-a-boes-arzola.jpg (16319 byte)

 

 

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La costituzione di un giogo di buoi era un momento particolare e speciale non solo per tutta la famiglia, ma anche per parenti e amici che giungevano dal vicinato. Sin dai tempi più remoti si tramandavano diverse usanze, e questa in modo particolare, aveva una componente quasi sacra. I più anziani della famiglia proponevano formule magiche tramandatesi da padre in figlio. I due buoi avrebbero contribuito non poco a sollevare dalle fatiche del lavoro dei campi grandi e piccini. Solitamente l’accoppiamento avveniva utilizzando animali della stessa pezzatura, medesima età, ma di mantello diverso. Bianco e nero, bianco e rossastro e così via dicendo. –Ispanu e purpurinu, o anche ispanu isteddadu cun su murinu. La sacralità dei gesti era quasi ripetuta a memoria, così come le parole delle formule che erano quasi delle preghiere, intrise di buon augurio e finalizzate a fruttuosi e abbondanti raccolti. Oggi nella nostra zona la civiltà contadina e pastorale il giogo è quasi scomparso, nuove macchine hanno soppiantato la forza muscolare animale, i cavalli sono diventati a vapore e qualche raro giogo è vagamente rappresentato da smagriti buoi che se ne stanno stancamente al pascolo. Tuttavia di essi rimane il ricordo tramandato oralmente nei racconti dei nonni. Rimane un vago e sbiadito ricordo, che trova ancora presa e interesse in alcune persone che cercano di recuperare la vecchia cultura contadina fatta di tanto sacrificio e di sudore ma intrisa di mistero e di tanto buon senso.

Su Ju, in sardo che, equivale al giogo in italiano era tenuto in buon conto e i buoi diventavano a pieno titolo componenti della famiglia stessa. Solitamente erano appaiati tenedo conto del colore, uno chiaro l'altro più scuro come mantello. In sardo venivano denominati Ispanu, Nieddu, Purpurinu etc.

 

carruconzu.jpg (98856 byte) I lavori dei campi in tutte le stagioni vedevano la presenza dei buoi o con l'aratro, con l'erpice, o piu di tutto col carro col quale si trasportava ogni genere di derrate o di materiale. Per i bambini salire sul carro era una gran festa e un mondo di divertimento.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Su giuale, in italiano il giogo, era costituito da un legno speciale: robusto e forte ma elastico allo stesso tempo. Era di olivastro o di travi ottenute da vecchie querce secolari. Sagomato da artigiani attenti e profondi conoscitori delle forme dei buoi, il giogo era posizionato sul collo dell'animale e tenuto fermo alle corna da cordami di pelle, sos loros in sardo. Al centro del giogo l'ancoraggio anch'esso in strisce di pelle. Farà piacere al lettore una ricostruzione de su giuale e de s'aradu a linna, che propongo di seguito.

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L'aratro in questione è così strutturato: il corpo centrale o principale (chiodo) era di un legno forte e stagionato come l'olivastro, sagomato all'incirca come una piramide a base rettangolare e appoggiato su un lato laterale che si chiama (ENTALE). Sulla parte superiore anteriormente trovava alloggio un asse a forma di parallelepipedo che si chiama (ISPADA), e posteriormente un altro asse più robusto e più lungo che si chiama (ISTEVA). Su tutti e due questi assi si incastrava un legno lungo a forma di parallelepipedo o più semplicemente di un cilindro (il tronco di un albero non tanto grosso), verso l'estremità più grossa, mentre quella più sottile si volgeva verso l'attaccatura del giogo, che si chiama (TIMONE) dove vi era una apertura da parte a parte, e dove trovava alloggiamento un piccolo asse a forma di parallelepipedo come fermo che si chiama (CABIJA).  Sul corpo centrale (ENTALE) nelle due facce laterali trovano alloggiamento altri due assi a forma di parallelepipedo inclinati a circa 45° e sostenuti per il rafforzamento da due putrelline, chiamati (ORIJAS). Sopra (S'ISTEVA) ancora un legno o asse trasversale solitamente cilindrico che serviva per impugnare l'attrezzo e per legarvi le cavezze dei buoi o del cavallo. Il giogo dei buoi era costituito solitamente da un bue bianco comunque col manto chiaro (IPANU) e da un altro rossiccio o bruno (PURPURINU), che erano tenuti dal giogo vero e proprio di legno stagionato e forte ancorato alle corna con dei legacci o stringhe di cuoio lunghe e larghe tre cm. circa, (LOROS). Il giogo centralmente aveva due fori attraverso i quali passava una grossa stringa di cuoio intrecciato (SESUJA) dove vi si introduce l'altra estremità del timone che viene fermato da un fermo trasversale (CABIJA). La (SESUJA) ha due estremità a forma di piccoli licci attraverso i quali passa un listello di legno forte di olivastro stagionato (FUSTIJU) che funge da fermo.

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Dalle nostre parti, ancora oggi, è possibile trovare un aratro di legno che è stato usato fin dopo, seppure raramente, la seconda guerra mondiale. Mio padre racconta che lo usava per arare i terreni sciolti dove si otteneva un discreto risultato, mentre era difficile arare i terreni tenaci e argillosi. All'inizio del novecento ve ne erano ancora molti, tutti di legno, mentre in seguito si usò un puntale in ferro per aumentare la durata del chiodo. L'uomo protosardo lo usò sicuramente per coltivare la terra, dopo che "inventata" l'agricoltura, da nomade  cacciatore-raccoglitore, diventa sedentario e coltivatore potendo così dedicarsi ad altre attività quali: le costruzioni, la tessitura, ed altre attività collegate con le sue esigenze. Certamente doveva trattarsi di un oggetto differente da quello dell'ultimo secolo, molto più semplice nella struttura ma simile nel principio di funzionamento. L' essere poi riuscito ad addomesticare alcuni animali lo mise nella felice condizione di fare meno fatica nel lavoro dei campi evitando di trainarlo egli stesso, e di ottenere dei raccolti più abbondanti. In egual misura l'uomo ottenne un aiuto sostanziale dall'utilizzo del carro trainato dai buoi. Fino a metà degli anni cinquanta sessanta del 1900,  il carro veniva costruito da artigiani locali con maestria e precisione sfruttando l'esperienza di altri artigiani più vecchi nella bottega dei quali avevano fatto apprendistato. Quando soggiornavo dai nonni Pietro e Antonina in via delle Balle, ricordo a mastrhu Tebbacchera che armato di attrezzi semplici ma efficaci si dilettava alla costruzione di qualche carro accompagnandosi nel lavoro con canti in sardo e quartine improvvisate sul momento.

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Il carro per essere trainato dai buoi nasceva su un progetto che era fissato nella mente dell'artigiano e che era il frutto di esperienze fatte nella bottega, spesso improvvisata, di qualche artigiano più anziano. Non esistevano quindi disegni e misure che in tuutti i casi sarebbero state di difficile lettura perchè la maggior parte di essi non sapevano ne leggere e scrivere. Se a questo aggiungiamo la capacità di ripetere canti e poesie imparate al momento ascoltando i poeti improvvisatori, si evince la capacità e il grande utilizzo della memoria cui era obbligatorio riferirsi per incamerare dati e conoscenze. Si prendeva dunque un grande tronco di quercia opportunamente stagionato e lo si divideva letteralmente in due (s'ISCALA) con una grande sega, (su serrone), fino a lasciarne una piccola entità senza aperta in una estremità, dove si posizionava una fascia di metallo. Le due parti si allargavano, si introducevano della tavole di giusta misura che costituivano il piano di carico (su TAULADU o INTAULADU). In s'Iscala destra e sinistra si operavano due fori dove venivano inserite le pareti laterali (sas BANDELAS), ottenute con tavole vagamente squadrate e finite tenute da due travi verticali che erano chiamate (sos BRATZOLOS). Nella estremità de s'Iscala non spaccata (su PUNTALE )trovavano alloggio un asse di legno di forma parallelepipeda o cilindrica che si chiamava (PARACARRU), e aveva la funzione di tenere il carro orizzontalmente sollevato da terra. Appena più avanti un cuneo di legno opportunamente sagomato che aveva la funzione di non far scivolare il giogo all'indietro (PARAGIUALE) e infine una apertura ortogonale alla trave maestra dove si inseriva un fermo (sa CABIJA) che collegava il carro al giogo (su GIUALE) dei buoi. Infine le ruote di legno ma rafforzate esternamente da una circonferenza in ferro. Queste si ottenevano inizialmente congiungendo quattro parti (sos QUASTERIS) di tavole sagomate e che unite formavano un cerchio. Da qui si dipartivano i raggi (sos Ragios o RAJOS) che convergevano centralmente al centro del cerchio detto (sa NUGHE). Nella ruota vi era un sistema di frenatura ottenuto con leve e tiranti (sa MECCANICA) che veniva azionato solamente quando il carro con molto carico doveve percorrere evidenti discese.

I disegni sono originali dell'autore. (M.U)

 

 

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