Questi rappresentano alcune tipologie di capi di vestiario con cui le donne anglonesi erano solite abbigliarsi a partire dal XVI secolo fino alla seconda metà del secolo scorso. Il termine bardagore, oramai quasi caduto in disuso in Anglona (la voce si conserva a Martis), stava ad indicare una gonna d'orbace a campana costituita da più teli, plissettati in modo d'acquistare maggiore voluminosità nonché sontuosità. Tale termine si conserva ancora oggi a Sennori (SS) ed indica la gonnella che viene rivoltata sul capo, così come a Luras (SS) su 'ardagoro 'e testa è la gonnella che s'indossa sul capo dalla parte della cintura. Il termine deriva dall'italiano guardacuore ed indica una sorta di farsetto; curioso e strano come in sardo il termine indichi invece una gonnella. Nel documento si fa anche menzione del busto, s'imbustu, l'accessorio del vestiario femminile anglonese che si è conservato meglio fino alla prima metà del Novecento. Questo capo era costituito da due parti simmetriche unite da nastri di seta colorata.
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Ciascuna parte era realizzata all'interno con tela grezza (tela
crua), mentre all'esterno poteva essere di tessuto pregiato come il broccato, il
velluto di seta (belludu operadu o terziopelo), il panno ed altro, con una ricca
decorazione di passamanerie; le due guaine erano inoltre rinforzate ed irrigidite con steli di giunco, verghe di ferro oppure d'olivastro (il Madau e
l'Azuni parlano di stecche di balena), con una fila di asole su ciascuna delle due parti.
Questo veniva allacciato sul davanti con nastri di seta ed
indossato sopra su gropitu (piccolo giubbetto con maniche `sas manigas' strette
e lunghe sino ai polsi, dotate di bottoniere d'argento
o d'oro, confezionate con stoffe pregiate quali
la grana, il velluto di seta `terziopelo' e
tessuti serici damascati; in stoffe ordinarie ed orbace
il corpetto `su cosso'), simile foggia di giubbetto si è conservata, fortunatamente, a Nulvi; nei documenti redatti in logudorese
il busto, compare con le forme imbustu, sistillu,
in quelli in castigliano con i termini sostillo,
embusto, cotilla e media cotilla (conservatosi a Castelsardo con la forma mezza guttiglia), in
quelli invece in italiano troviamo le forme imbusto,
busto e cotiglia.
| Sotto:-costume femminile di Chiaramonti fine ottocento.(foto arch. m.u) | Sotto:corpetto di costume femminile intero e particolare.(foto R.Satta) |
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Un altro documento, l'inventario dei
beni lasciati da Joanna Aquenzia di Chiaramonti,
redatto dal notaio Francisco Casagia Acorra e datato 29 agosto 1665,
rivela
l'uso della tiagiola per
coprire il capo: 'Duas tiagiolas de cona irrandadas usadas una tiagiola de istriguer testa..." Di questo indumento si fa
menzione anche nel Codice di San Pietro di Sorres: 'Est
istadu
condempnadu canonicu Barisone secundu sas
ordinanationes et capitulos pro qui faghendo conpagnia ad su segnore archepiscopu liat in
testa sa berritta cun sa tiagiola in sa citade de Sasseri". Non è difficile
individuare nella tiagiola
il fazzoletto che veniva utilizzato dai villani del
Campidano per coprirsi la testa, e oggi dagli isocadores,
maschera del Carnevale mamoiadino, per stringere
sa berritta9. Nell'inventario di Joanna
Aquenzia non è specificato se esso fosse
pertinente al vestiario maschile oppure femminile, così come non risulta anche nell'inventario dei beni lasciati da Alvaru Quessa di Martis e redatto dal notaio Petrus Tedde di Nulvi in
data 20 ottobre 1670: 'Duas
tiagiolas de istringuer testa rugias` E' presumibile,
dai confronti fatti,
che l'indumento fosse comune ad entrambi i sessi.
Un altro indumento di cui si è persa
memoria, riguardante il vestiario femminile, è su liagabu,
sorta di lunga benda di tela che serviva per
avvolgere il capo allo stesso modo del soggolo delle
monache. E' citato in diversi documenti della
prima metà del Settecento. Nel testamento
nuncupativo di Anna Rosa Piga di Sedini, datato
23 gennaio 1731
e
redatto dal notaio sedinese
Giorgio Vespi Laconi, troviamo: 'Unu velu napulitanu et ateru
de ampua, unu quelu de sedatu de seda, unu liacabu de tela de balla pianu, et unu de tela massaja frunidu ruzu` In quello di
Pasqua Pugionij di Perfugas, redatto il 15 giugno 1731, sempre dallo stesso notaio: 'Quinbe liagabos de tela de balla
pianos. Una tiazola de
dita tela [..]; unu paju de mesas manigas de tabi rasadu, unu caritone de tamaju irrandadu
a plata, duos liagabos de tela de balla usados ... `' Così come nel testamento di Juanna Pinna Fancello di Bulzi, redatto
sempre dal Vespi Laconi, in data 2
marzo 1738: a
Dorotea
neta mia unu
mucaloru et liacabu de mercante et unu
velu napulitanu"'. Ed anche in quello
di Pasca Rude di Martis, redatto
dal notaio Michaely Marras anche lui
di Martis, datato 28 agosto