Lo stesso indumento è rappresentato in numerosi documenti iconografici dell'Ottocento per il vestiario femminile di Nuoro, Orani, Bono, Bitti ed altri paesi della Barbagia; il termine non compare invece in altri documenti notarili più recenti per l'Anglona. Nel testamento nuncupativo di Maria Rosa Loriga di Bulzi, datato 18 giugno 1826 e redatto dal notaio Mauro Mureu, anch'esso di Bulzi, la testatrice fa espressa richiesta di essere seppellita con il velo all'uso antico: "Item dichiaro e voglio che seguito il mio decesso sepelliranno il mio cadavere, colla camicia di mussolina col velo all'uso antico colle calzette e coll'imbusto della setta nuova e con un fazzoletto bianco ceratto, così essendo il mio ultimo volere". Come fosse quest'uso all'antica del velo non è facile da interpretare non avendo ulteriori elementi a disposizione. Non è improbabile però che esso possa essere presente nel dipinto di San Lussorio di Borore, nel quale alcuni soggetti femminili indossano appunto un velo come copricapo; non è improbabile anche che possa trattarsi del liagabu, non essendo quest'ultimo più menzionato nei documenti di tale periodo. Nel testamento nuncupativo di Francesca Pasedda di Sedini, del 9 ottobre 1731, redatto dal notaio Giorgio Vespi Laconi, abbiamo una descrizione del vestiario femminile in ogni suo capo: " Item testo et lasso a Maria Margaruza figia mia sa faldeta de sa saya rugia, su jupone de tabis in colore nuscu, su imbustu de tamaju, su corpitu de alvustianu Bianco cun degne butones de plata. "Item testo e lasso a sorre mia Mathia Lepori sa faldeta de riversinu rugia usada, unu giupone de iscoto usadu et su corpitu pro Deus, et pro sa anima mia".

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Castelsardo:giovane donna in vestito di gala agli inizi del 900.

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Laerru: famigliola a cavallo alla fine dell'ottocento.

Nel suddetto documento compare la gonna (sa faldeta) di orbace rosso, che ritroviamo in numerose descrizioni e raffigurazione del costume di Osilo o di Tempio, che in alternativa poteva essere anche nera; il giubbetto (su jupone) di tabì, un tipo di seta pesante, che veniva indossato sopra il busto (s'imbustu) ed il giubbettino (su gropitu). Su jupone è anche citato nel Condaghe di San Pietro di Sorres: 'Preideru Marchucu de Lacon in sa villa de lave ad missu errore et ischandalu in sa villa suprascripta et est acaptadu de notte tempus in domo dessa comare in iupone discortesymente, [....] et vogadu de pare su maridu cun sa mugiere et vogadu samben.A parte le avventure boccaccesche del nostro Marcuzio, che non è il caso di commentare, dal confronto dei due documenti si evince che su jupone era in pratica un indumento usato sia dagli uomini che dalle donne. In un altro documento, un testamento nuncupativo, datato 25 luglio 1734, di Mariangela Satta di Nulvi, si possono riconoscere gli stessi indumenti del documento notarile precedente: 'Siguida sa morte mia, si fetet una faldeta de cadissu biaitu et unu imbustu de bangarilla virde a sa teraca mia Jorgia Lainesa, senca sos duos iscudos, qui si li devet dare de ajustu et tenimus de pactu(....). A Dominiga Quessa teraca mia, si li diet una camixa de sas mias ettaru bene a Maria Satta figia mia, si li diat atera camixa de sas mias qui tengo (...). Lasso sa faldetta negra et manto qui juto de sa ecclesia et sa faldeta de sa saja rugia, (...) sa faldeta, qui tengo de sa saya negra et unu Jupone secadu qui tengo...`. Il cadissu con cui è confezionata la gonna è una stoffa di lana grossolana, forse d'importazione, simile all'orbace locale". Il suo colore viola ne chiarisce la provenienza estera, visto anche che l'orbace (sa saya o su furesi) era prevalentemente tinto in nero o rosso, come riferisce anche il documento, sa faldeta de sa saya rugia, e sa faldeta de sa saya negra. Nello stesso compare anche il vestito da cerimonia 'de sa ecclesia', composto da un gonna nera (sa faldeta negra), di cui non è specificata la natura del tessuto, e il manto (su mantu), è inoltre citato il giubbetto (su jupone).Dallo studio dei documenti notarili anglonesi del XVII e XVIII secolo, sono emersi alcuni aspetti del vestiario tradizionale, in particolare per l'abbigliamento femminile, che non sono mai stati presi in considerazione.

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