LE CHIESE di Chiaramonti:prima stesura del sito 2002-03 (lavori in corso)
  Pag.(I cimiteri)

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pag: 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10,               Le chiese in agro chiaramontese, oramai scomparse. >>>11,

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Ringrazio per la preziosa collaborazione e, per tutte le notizie fornitemi a Simone Unali e Francesco Dettori ai quali va il mio grandissimo apprezzamento per la loro ricerca e il libro dai medesimi prodotto "Chiaramonti le chiese e i cimiteri, storia arte e tradizioni" ed. Nuova Stampa Color. Chiedo umilmente scusa per aver pubblicato altre foto, mie personali, solo per la mia difficoltà di reperimento di quelle pubblicate nel libro.
1'Introduzione

 

 

 

Chiaramonti è un centro rurale di origine tardo medioevale (XIV secolo) che s’inerpica attualmente sulle pendici di tre colline: Monte di San Matteo (467), Monte di Codinarasa (462) e Monte del Car-melo (432), a una altimetria media di circa 430 (s.l.m.). Il nome deriverebbe da Costanza, figlia di Manfredi di Clara-maunt o Clermont o Claramonte, seconda moglie di brancaleone di Utta, castellano del maniero.1Gli abitanti sono attualmente 1664 circa.2La circoscrizione comunale, dopo la concessione al vicino co-mune di Erula di ben 13 chilometri quadrati, è di 98 chilometri qua-drati.3 Esso è mediamente collinare, presentando colline con piatta-forma miocenica, sia le più elevate (da 300 m a 600 m), sia quelle da 300 metri in giù sul livello del mare.4Il paesaggio è molto variegato tra est e ovest, nord e sud della circoscrizione comunale. Secondo gli storici il borgo si è costituito nel secolo XIV e di questo hanno trovato le testimonianze gli archeologi. In effetti è molto probabile che la popolazione di Ostianu (Santa Caterina, Santu Miale) e di Orria Pithinna, antichi villaggi medioevali, abbia costi-tuito il borgo del castello contro cui si accanirono gli Aragonesi e, successivamente, caduto in rovina, i suoi ruderi servirono, probabil-mente, a costruire in parte la chiesa e a migliorare le case dei rioni di Chiaramonti.Nei secoli successivi Chiaramonti fu amministrato da un luogotenente dei feudatari spagnoli fino al 1839-40, quando fu soppresso il feudalesimo e le terre demaniali furono date ai paesani,cominciando dai più poveri fino ai benestanti, come dovrebbe apparire nei verbali della commissione che fu incaricata di distribuire le terre del feudatario e del demanio. Detto verbale, anche se non rintracciato, dovrebbe contenere questa distribuzione delle terre, come avvenne, ad esempio, a Muros.5Col 1847 la Sardegna si fuse col Piemonte e costituì, con gli Stati detti di Terraferma, il primo nucleo del Regno d’Italia. Da quel mo-mento, formati i nuovi Comuni al posto delle Comuni (1771-1848), Chiaramonti fu amministrato da un Consiglio Comunale e dalla sua Giunta e ovviamente dal sindaco. L’andamento demografico nel corso degli anni è rappresentato dal grafico che segue:A causa del decremento della popolazione, per le emigrazioni di tutto il Novecento e per la diminuzione delle nascite per via della nuova mentalità creatasi agli inizi del secondo Novecento, il paese possiede, attualmente, circa gli stessi abitanti del 1861, anno della dichiarazione dell’Unità d’Italia.Nel territorio della circoscrizione comunale si annoverano nu-merose chiese in genere citate dagli storici, molte delle quali, tut-tavia, sono scomparse o al massimo ne sono rimasti dei ruderi (San Giuliano) o cenni dei muri nell’area di sedime (Santa Caterina) o conci e ceramiche nel terreno (San Pietro), tracce che solo gli arche-ologi potrebbero leggere.

 

 

La storia delle chiese del centro abitato e di quelle campestri è lunga e spesso oscura, tuttavia, in genere, della maggior parte di quelle officiate si conosce o una data di costruzione o di ristruttura-zione o di ampliamento. Sulle stesse tanto la letteratura quanto le ricerche d’archivio sono scarse.Soltanto di recente è stata fatta un’indagine archeologica sui rud-eri dell’antica chiesa di San Matteo al Monte.6Noi autori di questo scritto, peregrinando di porta in porta tra i cultori di storia del nostro paese e consultando la poca bibliogra-fia disponibile, abbiamo fatto del nostro meglio per portare a ter-mine questo lavoro. Non pretendiamo d’aver detto in proposito l’ultima parola, ma d’aver semplicemente fatto un primo discorso sull’argomento.Nel presentare le chiese abbiamo anteposto quelle tuttora offi-ciate, distinte in chiese del centro abitato e in chiese campestri, ai ruderi di chiese medioevali e moderne, inserendo all’inizio di ogni sezione, compresa quella riguardante i cimiteri, una breve premessa introduttiva.

Le chiese all’interno del centro abitato di Chiaramonti sono cinque: la chiesa parrocchiale di San Matteo, la chiesa della Ma-donna del Rosario, la chiesa della Madonna del Carmelo, la chiesa di San Giovanni battista e la chiesa di Cristo Re. Dalle datazioni di questi edifici sacri a noi pervenute è stato possibile delineare un or-dine cronologico delle edificazioni, che vede precedere alle altre la chiesa della Madonna del Carmelo (XVI secolo), dunque risultante la costruzione religiosa più antica all’interno del centro abitato del nostro paese, dopo i ruderi della chiesa dedicata a San Matteo, siti sul monte omonimo. È invece attribuibile a due secoli dopo (XVIII sec-olo) l’edificazione della chiesa di San Giovanni Battista e di quella della Madonna del Rosario. Rilevante per dimensioni e bellezza, la chiesa parrocchiale di San Matteo (XIX secolo) risulta essere fra le più recenti, mentre di epoca post-moderna è la chiesa di Cristo Re. La numerosità di chiese di cui, non solo il centro abitato, ma anche l’agro di questo comune è cosparso e i molti resti di chiese me-dioevali e moderne disseminati per il territorio della circoscrizione comunale, testimoniano quanto fossero vive nel tempo fede e devozi-one fra gli abitatori di questi luoghi verso i santi ai quali invocavano grazia e protezione, suggellando questo legame con la costruzione di una chiesa a essi dedicata.

Chiesa parrocchiale di San Matteo Apostolosanmatteo1nuova.jpg (52510 byte)


Le origini del culto verso San Matteo Apostolo a Chiaramonti vanno ricercate, probabilmente, nel corso dei secoli XIII e XIV, quando questo territorio entrò sotto l’influenza della potente famiglia ligure dei Doria, i quali avevano Matteo come loro santo protettore a Genova. Le chiese dedicate a San Matteo in Chiaramonti sono due: quella storica, ormai ridotta a rudere, situata sul Monte detto di San Matteo o Monte ‘e Cheja (467 s.l.m.)e quella più recente, a valle, attuale chiesa parrocchiale. San Matteo a valle è la chiesa principale di Chiaramonti, edificata fra il 1880 e il 1886 dopo che, su esortazione della popolazione, fu deciso di abbandonare la vecchia chiesa cinquecentesca di San Matteo al Monte, di difficile ascesa durante il periodo invernale e che necessitava di interventi di restauro, dopo che, pare un fulmine, durante un temporale, avesse distrutto parte della sommità della torre campanaria. 1La chiesa è situata al centro dell’abitato, nella confluenza tra il pendio del colle di Codinarasa e il monte detto di San Matteo. Col suo campanile a lanterna, svetta sui tetti degli edifici circostanti. Circondata dal variegato reticolo viario, si affaccia su uno slargo in leggero declivio. Nella seconda metà del Settecento la parrocchia è ancora presso il Monte di San Matteo. Vincenzo Mamely De Olmedilla riporta, nella sua relazione, la preoccupazione degli abitanti di Chiaramonti riguardo al sito in cui essa è collocata. Riferisce che essi vorrebbero trasferirla nell’oratorio di Santa Croce,

che si trova in mezzo all’abitato. Egli, invece, addita come soluzione la costruzione di un muro tutt’attorno e, nelle notti burrascose, la custodia del Santissimo in Santa Croce. Si presenta, così, per la prima volta, il problema del trasferimento che, da questo momento, sarà una soluzione costante fino alla risoluzione, che avverrà più di un secolo dopo. La proposta del Mamely De Olmedilla, per quanto risulta, non è mai stata presa in seria considerazione.2Giorgio Falchi riferisce la storia del lascito per la costruzione della chiesa parrocchiale: “Soppressa che fu nel 1773 dal papa Cle-mente XIV la Compagnia di Gesù, i beni lasciati da Donna Lucia Tedde ai Gesuiti furono tosto incamerati dal regio fisco e la gestione di essi venne affidata all’azienda del Monte di Riscatto. In tal men-tre il vescovo di Ampurias don Michele Pes ed il consiglio comuni-tativo di Chiaramonti supplicarono il re Carlo Emanuele IV perché la rendita dei beni del legato Tedde fosse destinata alla costruzione di una chiesa parrocchiale nell’interno dell’abitato; stantechè quella esistente nella collina di San Matteo ben di rado nella stagione in-vernale poteva essere frequentata dai fedeli. Di buon grado aderiva il sovrano alla fattagli domanda: infatti con biglietto viceregio del 24 Giugno 1799 disponeva che i beni lasciati da Donna Lucia Tedde ai Gesuiti fossero rivolti alla costruzione della chiesa parrocchiale entro il popolato di Chiaramonti, affidando intanto l’amministrazione di tali beni al parroco di quel comune onde formasse il fondo necessario alla costruzione di essa chiesa”.3Gli avvenimenti non andarono secondo le disposizioni regie, ma passarono molti anni prima che il ricavato delle rendite fosse destinato alla costruzione della chiesa. Soltanto nei primi decenni dell’Ottocento, i beni furono disponibili per l’edificazione della nuo-va parrocchia a valle.4Fin dal 1827, per opera del consiglio comunitativo di Chiara-monti, c’erano state delle proteste rivolte all’Arcivescovo per le fun-zioni religiose che si svolgevano al Monte di San Matteo, di difficile ascesa quando il tempo era inclemente, sottolineando, inoltre, che i frutti del legato Tedde erano passati sotto l’amministrazione del par-roco già dal 1799, ma ancora non si vedeva alcun preparativo per la costruzione della nuova parrocchia. Pertanto si chiese, allo stesso Ar-civescovo, di consentire al vicario di celebrare nella chiesa di Santa Croce, nel cuore del paese. Si arrivò, così, dietro consiglio del vicar-io Satta, all’ampliamento di questa chiesa, recuperando il materiale necessario dalla demolizione della chiesa campestre di San Giuliano. Tuttavia, i lavori di ampliamento dell’oratorio di Santa Croce, che cominciarono nel 1829 e che si protrassero per circa un quaranten-nio, furono alquanto precari, perciò, nel 1883, si decise di costruire la nuova chiesa parrocchiale dalle fondamenta e, non trovando un altro posto così idoneo, si pensò di demolire l’oratorio di Santa Croce e di utilizzarne sia l’area di sedime sia il materiale.

 

 

 

Le perplessità dei confratelli della Santa Croce furono superate con la decisione di intitolare la chiesa a San Matteo e alla Santa Croce, dedicando a quest’ultima anche il secondo altare laterale sulla parete destra, guar-dando dall’ingresso.5L’architetto Piersimone Simonetti descrive la chiesa in uno studio compiuto in occasione del primo centenario: “La chiesa parrocchiale di San Matteo in Chiaramonti fu eretta su progetto dell’ingegnere sassarese Domenico Cordella, a partire dal 1880. I lavori, condotti dall’impresa Obino di Sassari, furono ultimati nel 1886.Successivamente si decise di arricchire l’interno di una tribuna per organo e cantori e il progetto fu redatto dall’ingegnere Eugenio Serra nel 1900 e realizzato nel 1903. Si prevedeva di utilizzare una struttura lignea invece che in ghisa al fine di contenere i costi, ma al progetto fu dato seguito più tardi in struttura lignea anche se, con la ristrutturazione eseguita alla fine degli anni Sessanta, fu eliminato.Il sito ove sorge la chiesa è in accentuata pendenza: l’asse mag-giore della chiesa, che in pianta corrisponde ad un rettangolo è per-pendicolare al senso del pendio cosicché il fianco a valle risulta assai più basso di quello a monte, con un dislivello di circa un metro e mezzo. Sul fronte della chiesa questo è ben visibile dalla scalinata di accesso in cui gli scalini vanno a morire sul terreno nella parte a monte. E’ strano che dei due fianchi quello a monte sia rinforzato da contrafforti, corrispondenti alle campate interne, mentre staticamente sarebbe stato più logico che questo fosse stato nella parte a valle a controbilanciare la massa muraria nel suo appoggio sul terreno; ed infatti il fianco a valle presenta una certa bombatura dovuta ad un cedimento strutturale. A prosecuzione del lato a valle sorge il cam-panile. La facciata ha superfici intonacate scandite e sottolineate da membrature e profilature in trachite grigio-oscura.

 

 

In Sardegna è frequente l’uso della trachite perché facilmente reperibile in loco, accostata ad altro materiale più chiaro come il calcare, per ricercare il gioco della bicromia, che appare discendere da suggestioni dell’architettura romanica isolana, di ascendenza toscana. In questo caso un’accentuazione di caratteri d’impronta romanica è data dalla facciata a capanna fortemente cuspidata, come ritroviamo anche nelle chiese romaniche di Puglia, in cui la parte supe-riore è ornata da arcatelle pensili che seguono l’inclinazione delle falde. Questo è un motivo che la apparenta all’austerità della chiesa di Sant’Ambrogio in Milano.Il prospetto è racchiuso ai lati da paraste di trachite appena ac-cennate che ritornano in facciata più strette, tanto da dividere in quat-tro specchi la superficie dell’edificio, riprendendo in questa maniera la divisione a tre navate dell’interno.Il prospetto è scompartito in due ordini da un cornicione lavorato a toro. Il primo ordine è limitato ai lati da piatte paraste ed è aperto al centro da un portale aggettante. Ai lati dell’ingresso le zoccolature laterali sorreggono da ogni parte una parasta con capitello a grandi foglie nervate e una breve colonnina con capitello a motivi di tralci e pampini; le due colonnine proseguono e si ricollegano in un’arcatura a bastone rinforzate da cornici ad andamento ad arco variamente sagomate, poggianti sulle paraste. Ai lati del portale si trova una monofora per parte, inserita all’interno di un arco cieco e centinato.Il secondo ordine è animato al centro da una severa bifora in asse con il portale, sovrastata da un sopraciglio, elemento decorativo ad andamento orizzontale ornato da motivi circolari a bottone. Nella parte superiore si apre un rosone che illumina l’interno ed ha il suo pendant in uno di eguale dimensione che sovrasta il presbiterio.Nella parte superiore i due motivi stellari laterali, che sembrano quasi una stella di David, qui ottenuta dalla sovrapposizione di due quadrati invece che da due triangoli, insieme alla severa bifora cen-trale, ingigantimento della rappresentazione iconografica delle tavole della legge, costituiscono quasi un richiamo all’architettura delle sin-agoghe, immediatamente negato dalle due croci greche alla sommità delle due lesene che scompartiscono la facciata.I pilastri laterali della facciata, che girano sui fianchi, sono snel-liti dall’incavamento degli spigoli, terminante in alto in unghiatura; il motivo è ribadito dall’astragalo dell’aggetto delle lastre di corona-mento della facciata. Anche il campanile riecheggia motivi architettonici romanici nella severa fattura a conci di trachite. Nella specchiatura ad arco estrema-mente allungato ritroviamo lo stesso motivo a stella della facciata. All’interno la pianta basilicale è suddivisa in tre navate, di cui quelle laterali sono in larghezza molto più limitate rispetto a quella centrale, in un rapporto di 1:2,5 circa. L’aspetto assai sobrio dell’interno si basa su precisi rapporti geometrici. Le navate sono suddivise in tre campate: nella navata maggiore risulta ordinatore della pianta il quadrato della campata centrale, ai cui angoli stanno snelle colonne di trachite. Le colonne, pur presentando una perfetta circolarità, che dalla base rigonfia nell’èntasi, si vanno assottigliando in alto nel punto in cui sorreggono i capitelli; hanno rocchi assai diseguali; questo testimonia probabilmente la difficoltà di cavare blocchi regolari al momento dell’erezione della chiesa, oppure possiamo supporre l’ipotesi che provengano da materiale di spoglio. Superiormente alle colonne i quattro capitelli allungati e compositi, ornati con motivi vegetali diversi, in cui si distinguono, tra le altre,

delle foglie d’acanto, danno uno slancio alla copertura a vela. Ai vertici delle altre campate troviamo pilastri o semipilastri addossati alle murature, sormontati da capitelli di eguale fattura in un gioco di rimandi fra gli uni e gli altri. Pilastri e semipilastri, realizzati in calcare e ricoperti da scialbatura, fan si che oggi si sia perso il gioco cromatico originario: la campitura chiara delle pareti intonacate su cui risaltava il colore dorato della pietra calcarea è la nota più intensa della trachite rosso-oscura delle colonne, isolate nello spazio interno. L’altro elemento cromatico oggi mancante è quello della pavimentazione, un tempo in ardesia e oggi sostituito da un marmo grigio di poco effetto e contrasto. L’aula termina con un profondo presbiterio a pianta rettangolare e leggermente sopraelevato rispetto all’aula. Esso è sottolineato da archi in fuga con quelli della navata centrale, cosicché lo spazio vi-ene allungato prospetticamente; oggi però vi è un’interruzione visiva data dalla cassa del pulpito di marmo bianco. L’arredo è stato in parte recuperato dalla posizione in cui era intorno alla seconda colonna destra della navata centrale, anche se tale posizione era certamente nata in seguito all’edificazione della chiesa sia per diversità di ma-teriali che per mancanza di integrazione fra l’uno e l’altro elemento. In ogni navata laterale sono collocati due altari di marmo grigio dal gusto neoclassico mutuati da esempi di Antonio Canova. Come si vede San Matteo è un edificio religioso in cui confluiscono elementi diversi provenienti da diversi stili architettonici. Questa è una carat-teristica di molte opere della fine del secolo scorso quando la pre-parazione delle accademie di belle arti tendeva a dare agli allievi la sicurezza nell’uso degli stili più divisi, spesso come in questo caso, commisti fra loro. Succedeva addirittura che fossero proposte eser-citazioni di progettazione in stile egizio o gotico o rinascimentale. Come per tutti i periodi di transizione, la possibilità di riferirsi a un repertorio vastissimo è un motivo di sicurezza che può essere utiliz-zato e riadattato con estrema disinvoltura. Viene codificato uno stile composito tanto da meritare un nome tutto suo, lo stile “beaux Arts”

dove predominano diversi elementi delle espressioni del passato ac-cettate come compatibili: aspetti classicisti di derivazione neoclas-sica, rinascimentale e anche più antica; è questo l’aspetto che più marca l’interno della chiesa di S. Matteo.Altre proposte, allora modernissime, sono completamente assen-ti, per esempio il liberty nascente è lontano; i prodromi di questo stile che cominciavano lentamente a delinearsi non erano ancora arrivati in provincia e l’aspetto di questa chiesa ne è la conferma”. 6L’altare maggiore, in marmo di Carrara, è sormontato da ampi gradoni e da un’edicola col simulacro ligneo di San Matteo, scultura di scuola rinascimentale realizzata verso la metà del Cinquecento e sicuramente collocata prima nell’antica parrocchiale. Fra le opere di rilievo, citiamo l’olio di Mario Paglietti, con San Cristoforo traghettatore del bambino Gesù, donato da battista, Fran-cesco e Nicolò Falchi nel 1903 e la tela dedicata a Gesù e i fanciulli della pittrice Legato, sorella della suora Xaveria Legato, collocate ai lati del presbiterio.7 Nel secondo altare laterale della parete sinistra, guardando dall’ingresso, è collocato un altro quadro di rilievo. La tela, raffigurante le Anime del Purgatorio, a un’analisi visiva, non presenta firmatario ma una data di restauro, avvenuto nel 1927. La chiesa fu consacrata il 16 Settembre del 1888 dall’Arcivescovo Diego Marongio Delrio, come risulta dall’epigrafe latina posta a un lato del presbiterio, sull’ingresso alla sacrestia.8 All’epoca era par-roco il carmelitano dell’antico ordine, Padre Stefano Maria Pezzi (1859-1892)del Carmelo locale, confiscato nel 1866, quando i beni di proprietà degli enti religiosi soppressi furono incamerati dal de-manio statale.9Riportiamo per intero, dalla copia del verbale della visita pas-torale di Mons. Diego Marongio Delrio del 1888, il testo inerente la consacrazione della chiesa: “Domenica mattina, di buon’ora, demmo principio alla consacrazione della Chiesa Parrocchiale ed eseguito quanto all’uopo viene prescritto sullo stesso Pontificale Romano, ponemmo termine alla solenne funzione verso le ore due del pomeriggio con la Messa da noi stessi celebrata sull’altare consacrato di recente, assistendovi, sempre devoti e commossi, numerosissimi fedeli terrazzani e forestieri. La sera stessa davamo principio alla visita materiale, incominciando dal tabernacolo ove si custodisce il SS. Sacramento e lo trovammo in conformità alle prescrizioni ca-noniche, così come le pissidi, l’ostensorio e la scatola dei Viatici. Gli altari, tutti in marmo, sono pulitissimi e ben forniti per la cel-ebrazione dei Divini Misteri. All’Altare Maggiore concedemmo il privilegio Gregoriano ed ottanta giorni di indulgenza. Ammettemmo anche alla visita dell’altare dedicato alla Madonna del Latte Dolce. Le sedi confessionali sono pur esse nuove e fornite dei prescritti req-uisiti. Siamo stati informati che gli organi sono in buono stato ma non potuti ancora collocare al loro posto. Anche quanto prima arriverà il nuovo pulpito in marmo. Questa nuova parrocchia, edificata da soli due anni, mercé lo zelo del Molto Reverendo Vicario Stefano Maria Pezzi, con le somme che il Municipio, con sua lite di ben 27 anni, rivendicava dal Demanio, provenienti dal legato della benemerita Signora Donna Lucia Tedde e vincolate, appunto, per l’erezione di questa chiesa parrocchiale, che sorge nell’antico oratorio della Ven-erabile Confraternita di Santa Croce, del quale non si profittò che di un muro laterale, per cui fu da noi dedicata non solo a S. Matteo, titolare dell’antica parrocchia, lontana dal paese e abbandonata da moltissimi anni, ma anche alla Santa Croce di Nostro Signore Gesù Cristo. Ed essa chiesa, per solidità e architettura, è riuscita una delle migliori e più belle dell’Arcidiocesi”. 10La festivitàLa festa in onore di San Matteo a Chiaramonti prevede cerimo-nie religiose solenni seguite dalla processione, frequentatissima negli ultimi anni, perché gli obrieri della festa sono dei coetanei che par-tecipano con le loro famiglie; seguono gli spettacoli musicali mod-erni e tradizionali con i poeti estemporanei in limba e cantadores a chiterra.

Il SantoSan Matteo Apostolo ed Evangelista, nato presumibilmente a Cafarnao, alla fine del I secolo a. C., era pubblicano, ovvero un esattore delle tasse. Fu chiamato da Gesù per essere uno dei dodici apostoli. Secondo alcuni, Matteo sarebbe morto in Etiopia, secondo altri nella città, oggi georgiana, di Gonio, dove sarebbe stato sepolto nell’antica fortezza romana. Il suo simbolo era un uomo alato o angelo che in-dicava l’umanità di Gesù. La festa del santo ricorre il 21 Settembre. Le sue reliquie sarebbero giunte a Velia, in Lucania, intorno al V secolo, dove rimasero sepolte per circa quattro secoli. I resti del San-to furono rinvenuti dal monaco Atanasio nei pressi di una fonte ter-male dell’antica città di Parmenide. Le spoglie furono portate dallo stesso Atanasio presso l’attuale chiesetta di San Matteo a Casal Ve-lino in provincia di Salerno. Il modesto edificio, dalla semplice fac-ciata a capanna, presentava, alla destra dell’altare, l’arcosolio, dove secondo la tradizione furono depositate le sacre reliquie del Santo. Un’iscrizione latina piuttosto tarda (XVIII sec.), incastonata sul lato corto dell’arcosolio, ricorda l’episodio della traslazione. Ritrovate in epoca longobarda, furono portate il 6 Maggio 954 a Salerno, dove sono attualmente conservate nella cripta della cattedrale.San Matteo è stato scelto come patrono di banchieri, bancari, doganieri, Guardia di Finanza, cambiavalute, ragionieri, commer-cialisti, contabili ed esattori.111.A. TEDDE, Intervista a Sebastiano Soddu, Il fulmine su San Matteo, Archivio familiare, Chiaramonti, 1974.2.GRUPPO GIOVANILE, Chiaramonti: il territorio e la sua storia, Chiara-monti, 1988, p. 73. Vedi anche: I. bUSSA, La relazione di Vincenzo Mamely De Olmedilla sugli stati di Oliva (1769): il Principato d’Anglona e la contea di Osilo e Coghinas, in “Quaderni bolotanesi”, n. 12, 1986.3.C. PATATU, Chiaramonti, Le cronache di Giorgio Falchi, Studium adp, Sas-sari, 2004, p. 89.

                                                                                                     

              

  (tratto da Chiaramonti e la sua storia,Gruppo Giovanile 1988)

 

COSTRUZIONE NUOVA PARROCCHIA DI SAN MATTEO APOSTOLO
 


Le vicende della parrocchia sono legate al lascito fatto dalla nobile Donna Lucia
 Tedde già nell'anno 1755. Da questa data passerà più d'un secolo prima che la comunità abbia a disposizione la nuova chiesa; tuttavia già nel 1827 il sindaco, a  nome del consiglio comunale, si rivolge al Vescovo di Sassari, facendogli notare come "l'esercizio del culto divino è abbandonato e molti individui passano  all'eternità senza essere in punto di morte muniti dei sacramenti, per la lontananza della parrocchia". Del resto, sottolinea che già dal 1799 i soldi del legato  erano passati all'amministrazione del parroco per l'edificazione della nuova chiesa; tuttavia non si vede il minor preparativo per la "medesima" anche se da diversi  anni si erano venduti a tal scopo i bestiami a questa appartenenti.

 

Si ribadisce,in questo documento, la lontananza della chiesa ufficiata "ella è  collocata alla cima di un monte, sull' orlo di una precipitevole rocca, lontana dalla popolazione un quarto d'ora di strada scabro sa e scoscesa, e poi la sua  improprietà che fa orrore non solo celebrarvi le sacre funzioni, ma ben anche aporvi il piede".

Sempre il sindaco nel 1828 chiede al Vescovo di intervenire poichè venga usata come parrocchia l'ausiliare, in questo periodo ufficiata solo d'inverno, finchè non si possa o costruire un'altra chiesa o ingrandire l'oratorio; la soluzione verrà appena un mese dopo, almeno a livello di proposta, dal vicario Satta, il quale propone di demolire la chiesa di San Giuliano, (antica non meno di 6 secoli) per ingrandire, con quel materiale l'oratorio di Santa Croce.

Nel 1829 si avviano i lavori, anche se con qualche difficoltà, aiutati anche, finanziariamente,dal comunesanto1san-matteo.jpg (49075 byte)

ma a ottobre si chiede ancora una volta il parere dell'Arcivescovo se si debbano o  no sospendere i lavori durante l'inverno; egli risponde affermativamente. Inizia così a fungere da parrocchia l'oratorio di Santa Croce dove nel settembre 1834 è  stato eretto un altare per San Matteo. Ma questi lavori che per quarant'anni circa si susseguono sono sempre molto precari: una volta si ristruttura il campanile,  un'altra la volta etc. Si arriva così agli anni '82-'83, quando, dopo una transazione fatta dal comune contro lo Stato, si utilizzano i soldi del legato per costruire la  parrocchia ex novo demolendo,-per economizzare, l'oratorio di Santa Croce, (con questi soldi il comune avrebbe voluto anche edificare la nuova casa comunale, per  cui si aprì un'aspra lotta fra il consiglio ed il parroco su cui interverrà l'Arcivescovo). Dopo il benestare del Vescovo per la soluzione suggerita dal  consiglio si iniziano i lavori, che precedono alacremente, anche se il sindaco prega Sua Eccellenza di interessarsi presso l'amministratore del fondo per il culto e  l'economato generale per ottenere un sufficiente sussidio per rendere maggiormente sontuosa l'iniziale opera. Viste le difficoltà per costruirla in un altro  sito, accettano di aderire al desiderio del municipio e dell'Arcivescovo anche i confratelli dell'Arciconfraternita di Santa Croce, purchè nella nuova costruzione  siano ad essi destinate una cappella per le funzioni ecclesiastiche ed una sacrestia in cui potersi radunare e riparare gli oggetti di culto. La nuova parrocchia di San  Matteo viene ultimata nel 1886, il 25 gennaio 1888 è stata benedetta "la popolazione ha partecipato nella sua totalità, eppure la chiesa non era totalmente  piena; (è stato per Chiaramonti un vero giorno di festa!); qualche mese più tardi,

 cioè il 16 settembre è stata solennemente consacrata da Monsignor Marongio Del  Rio.

Il resto è ...... cento anni di storia!

(tratto da Chiaramonti e la sua storia,Gruppo Giovanile 1988)

 

 

                                          

                      -Santu Matteu-                                                       -sa rughe manna-

La chiesa di San Matteo è la cattedrale di Chiaramonti; edificata oltre 200 anni fa dopo che un fulmine durante un temporale distrusse la torre campanaria della vecchia chiesa che fu costruita riadattando le vestigia del castello dei Doria sul colle di San Matteo.

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