LE CHIESE
Le chiese di Santa Giusta e Santa Maria Maddalena.
Il giudice di Torres Costantino I° fa arrivare in Sardegna l’ordine dei frati Camaldolensi nel 1112. Si ha notizia che nel 1205 la nobildonna Maria De Thori fa donazione delle chiese di Santa Maria Maddalena e di Santa Giusta, che fanno capo alla villa di “Orria Pithinna”. Santa Maria Maddalena in quel periodo è chiamata di Orria Pitzinna o anche Orria Piccinna, altrove Pithinna, mentre Santa Giusta è identificata come Orria Manna. Nell’atto di donazione della nobildonna si legge….” Sa domo mea pecujore de Nugulbi kiappo da parentes meos…”. Una riconferma di questa donazione si trova in un altro documento del 1210, dove Maria De Thori dona al priore Roberto le chiese e tutti i possedimenti delle stesse. Tutto questo trova in parte conferma nei toponimi di “sa tanca de sa cheja” a sud della chiesa di Santa Giusta, all’interno della quale vi è “sa funtana de Santa giusta de Magola” e a nord ovest della stessa le caratteristiche rocce calcaree a dentelli “Roccas de Magola” nel più ampio tavolato di “sas Cudinas”.
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A sx e a dx la bella chiesa di Santa Maria Maddalena de Orria Pitzinna. | ![]() |
| Le due chiese distano poche centinaia di metri l'una dall'altra e sorgono nella vallata di Santa Giusta, ricca di acque | ![]() |
sorgive e di amene campagne con abbondanti alberi da frutta in particolare ciliegi. |
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Al centro e sotto a dx e a sx la chiesa dedicata a Santa Giusta de s'abba o de Orria Pitzinna. | ![]() |
Vicino all’attuale Santa Maria Maddalena de Orria
Pitzinna invece, vi è “Badd’è cheja” un tancato
all’interno del quale vi scorre il rio “Scanneddu” poi “Badu Olta”
dove si trovano le rovine di alcuni mulini ad acqua come dighe di sbarramento,
canali di derivazione e di adduzione nonché una grande ruota in calcare duro
che serviva alla macinazione dei cereali. I nobili così facendo conquistavano
le simpatie del popolo ( che rimaneva comunque asservito sia dagli uni che dagli
altri) e dei frati, e un altro posto altrettanto sicuro in paradiso. Infatti in
un documento di una donazione fatta ad un ordine monastico da una famiglia si
legge “…….pro ssa redentione dessas peccatas meas
et de muluiere mea et de filios meos pro anima mea et pro anima ipsoro…..”.
I frati furono sicuramente portatori di benessere, di cultura e di arte, cosa
testimoniata dall’architettura delle chiese giunte fino a noi, ma dovevano
anche sudare per lavorare le terre prodighe di frutta e governare il bestiame
nonché armarsi per difendere i loro possedimenti sia dai laici che dal clero
secolare sempre geloso dei frati che godevano ampie simpatie nel popolo e nei
nobili.
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