MULINO a ACQUA  di BADU BOLTA

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Il mulino ad acqua di Badu Bolta si trova nell’ampia regione di Badu Bolta a confine con quella di Badde de Cheja, distante poche decine di metri dal corso del fiume Badu Bolta, sulla sua riva destra. La costruzione risale alla prima metà del 1800, dai documenti risulta l’anno 1846 forse a richiesta di un certo M° Falchi. L’impianto murario rimanente è poco visibile, non concede una ampia e profonda lettura della grandezza e della funzione degli ambienti ma, proverò comunque a descriverli il più attinente possibile alla realtà. I pochi muri esistenti sono occupati e pervasi da vegetazione spontanea,di essenze cespugliose e spinose.

-L’edificio è composto di tre ambienti; due abbastanza ampi, di cui uno per la sala macinazione, il secondo come magazzino e, un terzo ambiente più piccolo forse per ricovero attrezzature e per lo stesso mugnaio. Osservando l’edificio da Ovest, spalle al corso del fiume si vede il primo ambiente con un muro in alzato di circa quattro metri con l’alloggiamento della ruota, da qualche tempo assente che dava il movimento agli ingranaggi interni collegati alle mole. Una mola era ancora presente fino a una decina di anni fa, come si vede in foto, mentre una seconda si poteva rilevare fino a una data antecedente di circa venti anni.

 

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Oggi dunque sono ambedue sparite. L’acqua che nella sua caduta forniva la forza motrice proveniva da un modesto invaso più a monte di circa 6-700 metri, ottenuto all’altezza della confluenza del rio di Santa Giusta, che proviene dalle sorgive attorno alla chiesetta dedicata alla Santa, con quello più grande del rio Iscanneddu che nasce a sud est di monte Ledda dalle sorgive di Crapianu.

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La diga forma un laghetto di medie dimensioni e l’invaso diventava imponente quando i due fiumi aumentavano la loro portata nel periodo invernale. Una canaletta di derivazione esce dall’angolo sinistro dell’invaso e comincia a svilupparsi verso la valle con leggera inclinazione; questa è a cielo aperto ottenuta con pietre vagamente sbozzate di piccolo taglio tenute insieme con malta legante di colore chiaro. Talvolta alcuni tratti della canaletta sono ottenuti scavando nella roccia friabile calcarea (arvinu).

--Il tragitto prosegue verso la sorgiva de Tiu Tzanu (acqua salmastra) dove sono stati individuati dei modesti ambienti abitativi, da escludere locali di un altro eventuale mulino, e poi prosegue sempre più a valle dentro il tancato di Badde de Cheja, fino alla grande ansa a destra del fiume.

Qui le evidenze della costruzione si fanno ancor più largo sempre costruite in muratura di pietrame calcareo duro fino a giungere al mulino vero e proprio dove l'acqua incontrava le pale della ruota che imprimeva il moto alle macine, dunque dopo il salto tornava al corso naturale del fiume pochi metri distante.

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Si ringrazia l’amico Mauro Maxia per le preziose informazioni, insieme a Gian Luigi Marras e  Maria Cherchi sulla ricerca del villaggio abbandonato di Orria Pitzinna.

(da Mulini di Sardegna di Giuseppe Piras).

L'opificio è cartografato nel Catasto del Real Corpo di Stato Maggiore Generale (Catasto De Candia) (tavoletta 11, Comune di Chiaramonti, anno 1846) e nella Frazione Z del Comune di Chiaramonti del Cessato Catasto della Provincia di Sassari (post 1881), derivante dallo stesso Catasto De Candia, sulla destra idrografica del Rio di Badu Olta. L’opificio è riportato, con il toponimo M° Falchi, anche nella cartografia I.G.M. F° 180 in scala 1:100.000 (“Sassari”, ril. 1895) e nel dettaglio in scala 1:25.000 (F° 180 II S.O. “Chiaramonti”- Ril. 1885) e in scala 1:50.000 (F° 180 II “Nulvi”- Ril. 1897), lungo lo stesso corso d’acqua denominato Rio Iscanneddu. L’opificio è individuato nel Foglio 12 in scala 1:2.000 del primo impianto del catasto del Comune di Chiaramonti (ante 1931). Più a valle la carta indica la presenza di un'altro costruzione destinata ad opificio idraulico (rif. 032). 

Tra la folta vegetazione, oltre ad un probabile tratto di condotta di derivazione in pietrame, si individuano porzioni di muratura in elevazione costituita da trovanti di natura essenzialmente vulcanica disposti a secco ad opera incerta e non legati, i quali delimitano almeno due distinti ambienti a pianta rettangolare.

Cherchi M., Marras G. e Padua G. (Archeologia e topografia di Orria Pithinna) riferiscono che tali strutture sono da identificare con il mulino Peruchi, esistente già nel 1834 e ancora funzionante nel 1911. Gli Autori indicano la presenza di un canale, legato e incamiciato con malta, che termina con l’alloggiamento della ruota, non più presente.