NEWS (notiscias noas e betzas)
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E' con immenso piacere che ricevo, e volentieri pubblico, il "resoconto" dell'escursione del 10/10/2004 da parte di C.Patatu.
Nuraghi,
tombe e mulini con pioggia e ciciones
L’appuntamento è per le otto e trenta di domenica, a S’Istradone. Un cappuccino veloce al bar, un rapido controllo per accertare che ci siamo tutti e poi si parte. Il cielo è imbronciato e minaccia pioggia; ma è deciso: si va.
Il gruppo è composito: siamo poco più di una dozzina. Mario Unali, che ci guida, si avvia verso Cunventu; noi lo seguiamo per le viuzze del paese ancora deserte. Lasciato il cimitero alle spalle, seguiamo la stradetta per Bidda Noa, tutta in discesa. Una prima curiosità: Sa conchedda ‘e su mercante. Un tempo era una grotta, in parte crollata, che, secondo una leggenda che ci ha affascinato da ragazzi, custodirebbe i resti miseri di un viandante (forse un mercante) che vi si era riparato durante un temporale e che vi era rimasto sepolto per il crollo di uno spezzone di roccia. Oggi la cavità appare ben modesta, “mangiata” dalla ruspa che ha reso la carreggiata agibile anche al traffico degli automezzi.
Più avanti, un incontro inatteso, che ci riporta indietro negli anni: una pastora attempata, ben salda in sella sull’asino, rientra a casa dopo avere rigovernato il modesto gregge. Un cane fedele e scodinzolante la segue lungo la salita. L’abbigliamento è quello delle donne di campagna del passato: gonna e giacchetta scure, abbondantemente sdrucite e logore, stivaloni di gomma e un fazzoletto, ugualmente scuro, acconciato sulla testa a mo’ di bandana. Un breve scambio di saluti, la richiesta della nostra guida perché ci autorizzi ad attraversare la sua proprietà e poi giù di nuovo fino a Sa tanca ‘e su re.
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Escursione del 10 ottobre 2004 a "Orria Pitzinna" | ![]() |
| In alto, gli escursionisti davanti alla domus de janas di Peruchi, e sotto a tavola nell'accogliente agriturismo di Pietro e Mariuccia. | ![]() |
In alto gli escursionisti discutono con Maria, che si dedica al governo del bestiame, mentre sotto Filippo, fa il morto da vivo in un sarcofago presumibilmente di età romana. |
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Costantino e Filippo sostano ....si fa per dire, sul canale di adduzione delle acque al mulino di "Iscanneddu" | ![]() |
Qui troviamo i resti di una tomba rustica, probabilmente di epoca romana, visitata alcuni decenni or sono dai soliti cercatori di siddados; e cioè di tesori nascosti. Quel che resta è una sorta di vasca da bagno scolpita sulla roccia, foderata di muschio e circondata da un cespuglio di lentisco intenzionato a conquistarla definitivamente. Filippo Ruiu, che dà il braccio al fedele amico Costantino Brotzu (non vedente), molla per un momento il compagno e, liberato l’incavo dagli immancabili sassi e rami, vi si distende e fa il morto. Tonio Satta, per completare l’opera, gli sistema sul petto un ramo secco, come crocifisso. La tomba sembra ringraziare, per essersi riappropriata, sia pure per pochi minuti, del proprio ruolo. Noi guardiamo quasi con rispetto quella salma viva, rubizza e con gli occhiali da sole. Uno schianto!
Quindi la visita dei resti di un nuraghe, i cui contrafforti possenti affondano nel terreno. Il tempo e la mano dell’uomo non hanno mancato di modificarne lo stato originale. Quel che resta appare circondato da interventi recenti e maldestri che, procurando danni non lievi al monumento, hanno portato alla realizzazione di porcilaie di fattura talmente primitiva che, se non fossero costruite con mattoni di cemento, potrebbero essere scambiate per manufatti di epoca, non dico nuragica, ma giù di lì... Sono evidenti le tracce del passaggio della nostra brava pastora, che vi ha operato qualche ora avanti.
Frattanto, il cielo diviene di piombo; qualche goccia isolata ci piove addosso, mentre la brezza che proviene da occidente va intensificandosi e ci frusta il viso. Il tempo di tirare fuori i giubbotti cerati e qualche ombrello, poi l’arrivo di un temporale coi fiocchi. Mario Unali, sempre prodigo d’informazioni e consigli, aziona il cellulare e chiede ospitalità anzitempo all’agriturismo che ci aspetta per la prevista sosta meridiana. Ma raggiungerlo in quelle condizioni è impresa ardua per gente come noi, abituata all’automobile e alle mollezze della vita domestica. Oltre un chilometro di strada percorsa a piedi, sotto la pioggia battente e col vento in faccia, ci riducono come pulcini.
Una nota di rammarico: mentre procediamo con difficoltà evidente, incrociamo ben tre autovetture e un trattore: chi sta al volante ci saluta con cordialità e ampi gesti della mano; ma nessuno di essi si arresta a chiederci se abbiamo bisogno di aiuto. Ah! la buona, vecchia, cara ospitalità dei nonni! È proprio defunta. Irreparabilmente. Bagnati dalla testa ai piedi, guadagniamo la salita breve che ci porta al casolare di Pietrino Ruzzu.
Mariuccia Truddaiu, premurosa e accogliente, ci rifornisce di asciugamani e magliette di ricambio. Col telefono, qualcuno chiede soccorso a casa, per l’invio di un ricambio di camicie, pantaloni, scarpe, calzini e quant’altro. Che giungono con tempestività davvero ammirevole. Ah! le mogli!...
Passato il temporale, la nostra guida, con la collaborazione del padrone di casa, ci accompagna a Mulinu, lungo il ruscello Iscanneddu. Visitiamo così i ruderi del vecchio mulino ad acqua. I muri perimetrali, pur robusti e ben piantati, hanno resistito soltanto in parte all’abbandono e al saccheggio dell’uomo. Che ha fatto sparire persino le pesanti macine. Resta ancora intatto un bel tratto della canaletta che, prelevandola da una modesta chiusa realizzata a monte, trasportava l’acqua fino alla ruota che azionava le mole.
Quanta malinconia, nel rivedere luoghi e siti che, per quanto mi riguarda, non vedevo ormai da oltre cinquant’anni! Sulla sommità della collina e sul versante opposto, la casa ormai diroccata di quello che fu l’ovile di nonno Pulina. A Piluchi, questo è ancora il suo nome, restano le quattro mura della casa, sormontate dallo scheletro di quello che è stato il tetto; poco distante, la muraglia circolare che faceva da base alla pinnetta che non ho mai smesso di sognare.
Si sta a tavola, finalmente! Antipasti casalinghi, rustici, saporiti e abbondanti, accompagnati da pane croccante e conditi con vino generoso. Quindi bei piattoni di ciciones, seadas, dolci, frutta e caffè. Il tutto per una cifra tanto modesta da vergognarsi quasi a ripeterla. Mangiare, bere e chiacchierare sono tutt’uno. Le chiacchiere ci riportano indietro negli anni (tranne una bambina, tutti gli altri abbiamo superato gli ...anta!). E così tornano alla mente fatti e avvenimenti ormai sepolti nell’oblio. Racconti che possono essere compresi e gustati soltanto da chi ha vissuto quelle vicende o da chi ne ha conosciuto i protagonisti.
Siamo al pomeriggio, ormai. Il cielo, rasserenatosi mentr’eravamo a tavola, s’imbroncia di nuovo. Si torna a casa; ma, questa volta, per la salita di Ederas, irta e sconnessa. Il gitanti riprendono il cammino di buona lena. Non tutti, però. Io, che negli ...anta ci sto ormai da parecchio, ahimè!, metto mano al cellulare e chiamo in soccorso mia moglie. Che mi raggiunge presto e mi riaccompagna a casa. Comodamente. Gli altri ritrovano la pioggia lungo la strada, tanto per cambiare.
In ogni caso, esperienza interessante, piacevole e da ripetere. Alla faccia del temporale. Grazie Mario!
Carlo Patatu