| RICORDI DI NATALE | ||
L'alba del solstizio invernale vista da casa mia a Sassu Altu, verso sa Punta de s'Arroccu; il Sole, nel suo moto annuale lungo l'eclittica, al momento del solstizio invernale (attorno al 22 dicembre) viene a trovarsi alla sua minima declinazione. |
![]() L'albero di Natale dei tempi moderni, pare che non riesca a dare quel calore umano attorno al quale, quando si era bambini sentivamo da parte dei familiari |
Il presepe costituisce per la famiglia un luogo di raccoglimento molto particolare e riesce a infondere fiducia nel futuro a tutti, credenti e non. |
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- Rege venturu dominu, venite adoremum ! La chiesa
raccoglieva il canto e lo restituiva alle nostre orecchie, mischiato a
odori e rumori che ci erano familiari. Più avanti un altro canto
intonato dal celebrante: .Le nostre aspettative erano tante e sono servite
negli anni a darci forza e speranza in un futuro migliore, che si è
realizzato riservandoci le gratificazioni che sono |
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![]() Il Corbezzolo ( in sardo su melughidone) era una delle piante preferite per fare l'albero di Natale. Più di tutto quando erano presenti fiori e bacche allo stesso tempo. |
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L'Alloro (in sardo Su Laru ipinosu, o anche Olostrhu), ricco di bacche rosso vermiglio era anch'esso una delle piante preferite. Con rametti di abete e di pino inframmezzate da bacche di Corbezzolo. |
![]() Anche un ramo di leccio (su Elighe in sardo) andava bene per l'occasione; se non ve n'erano nella propria vigna si "sconfinava" a monte Cacchile ricchissimo di essenze mediterranee. Purtroppo oggi gli incendi e l'uso sconsiderato della legna da ardere hanno depauperato il territorio. |
L’albero di Natale? Cristiano, non pagano.
«Se oggi interroghiamo un cristiano o un non cristiano
sull’origine dell’albero di Natale, nella stragrande maggioranza dei casi
riceviamo la risposta che si tratta di un’antica usanza pagana. In effetti tale
spiegazione non è del tutto errata. Tuttavia essa non rende giustizia alla
situazione di fatto, poiché è vera solo in uno stadio iniziale, non per
l’attuale abete decorato».
Così Oscar Cullmann (teologo luterano che fu «osservatore» al Vaticano II) in un
passo del librettino All’origine della festa del Natale. Logico partire
da questa insospettabile fonte per una «riabilitazione» cattolica dell’abete
natalizio in un’epoca nella quale – complice un certo uso «polemico» del presepe
– forse non risulta inutile sottolineare con più obiettività i chiaroscuri
natalizi.
L’abete «pagano» o «laico», magari «celtico»? Vero, però parziale. Precisa
infatti Cullmann: «Solo la primissima forma cristiana è in rapporto con i riti
pagani: da un lato col primordiale culto degli alberi, dall’altro con l’antica
celebrazione del solstizio d’inverno». In effetti, l’albero è uno dei simboli
più ricchi di significati nella storia e nella mitologia di tutti i popoli:
immagine naturale di grandiosità e di mistero venerata come immagine o sede
degli dei, simbolo della rigenerazione periodica della vita (la latifoglia)
ovvero dell’immortalità (il sempreverde), comunque della vita; «asse del mondo»
che attraverso le radici fissate al suolo collega la terra al cielo cui protende
le chiome (e viceversa unisce il cielo alla terra)...
Persino Joseph Ratzinger, in un testo del 1978, non se ne scandalizzava: «Quasi
tutte le usanze prenatalizie hanno la loro radice in parole della Sacra
Scrittura. Il popolo dei credenti ha, per così dire, tradotto la Scrittura in
qualcosa di visibile... Gli alberi adorni del tempo di Natale non sono altro che
il tentativo di tradurre in atto queste parole: il Signore è presente, così
sapevano e credevano i nostri antenati; perciò gli alberi gli devono andare
incontro, inchinarsi davanti a lui, diventare una lode per il loro Signore».
Dunque nessun problema se l’albero «cattolico» trovasse parentele remote col
«frassino cosmico» Yggdrasil della mitologia nordica, dalle cui foglie scende
l’idromele (liquido di vita) e ai cui piedi si radunano gli dei per decidere le
sorti degli uomini; ovvero con il Kien Mu, l’albero dell’Universo cinese, che
ordina il mondo tra sopra e sotto, regno inferiore, umano e celeste; o ancora
con Asvattha, l’albero rovesciato dell’India, le cui radici convogliano dalle
nubi verso il basso l’energia sacra (dottrina peraltro ripresa in certe leggende
ebraiche e islamiche) e in seguito identificato con il Ficus sotto il quale
Buddha ricevette l’Illuminazione; per finire con le Americhe, dove si trovano il
simbolo azteco di Quetzalcoatl – un cubo aperto su cui crescono 4 grandi alberi
cosmici – e l’albero del Paradiso, proprio della mitologia Maya,
personificazione del dio della pioggia Tlaloc («Colui che fa germogliare»).
Del resto, dal fascino delle piante non sono certo immuni la Bibbia (a parte
l’albero dell’Eden, si ricorda il salmo che canta «Il giusto fiorirà come la
palma, si moltiplicherà come il cedro del Libano») né le sofisticate civiltà
greca e romana. A Roma, per onorare Attis, era uso ornare con oggetti votivi –
cembali, piatti, fiasche – l’abete sacro. In Grecia la medesima essenza era
dedicata alla dea lunare Artemide e se ne sventolavano rami con una pigna in
punta. L’abete, già: «albero della nascita» per l’antico Egitto, essenza
consacrata al compleanno del Fanciullo Divino (il giorno dopo il solstizio
d’inverno) nel calendario celtico... «Il legame fra l’albero e il solstizio –
scriveva l’esperto Alfredo Cattabiani – è documentato anche nei Paesi scandinavi
germanici, nei quali nel medioevo ci si recava nel bosco a tagliare un abete da
decorare con ghirlande, uova dipinte, dolciumi».
Viene di qui il nostro albero di Natale? Forse, ma non solo: ancora Cullmann
segnala altre coincidenze, come l’uso medievale di appendere ramoscelli in casa
d’inverno, oppure la leggenda secondo cui le piante fiorirono alla nascita di
Gesù... Tuttavia è lo stesso teologo a prendere le distanze: «II significato
cristiano dell’albero di Natale non va fatto derivare dal solstizio d’inverno,
che certo è anch’esso in questione, ma solo indirettamente. Esso ha un’origine
propria e risale a una tradizione medievale e al suo significato religioso: le
rappresentazioni dei "misteri", che nella Santa Notte mettevano in scena davanti
al portale delle chiese e delle cattedrali la storia del peccato originale nel
paradiso terrestre. Esse sono la vera culla del nostro albero di Natale con la
sua decorazione simbolica».
In effetti, nel passato il 24 dicembre portava in calendario i «santi» Adamo ed
Eva; era in seguito alla loro felix culpa che era stato inviato il
Salvatore. Logico dunque, nei sagrati o anche nelle cattedrali, erigere un
«albero del Paradiso» con tanto di mele appese a far da scenario alle sacre
rappresentazioni natalizie. «Esso – ancora Cullmann – simboleggia un
convincimento cristiano: il peccato dell’uomo viene espiato nella notte del 24
dicembre dall’ingresso di Cristo nel mondo». Una miniatura salisburghese, anno
1489, illustra il messaggio in modo chiarissimo: un albero, la cui chioma è
folta di mele e ostie, ha appeso sulla sinistra un crocifisso e sulla destra un
teschio; sotto il primo Maria coglie le ostie, presso il secondo Eva
distribuisce le mele.
Circa 5 secoli fa, dunque, era già presente il simbolismo oggi surrogato dalle
palline natalizie (inventate nel XIX secolo dai soffiatori di vetro dell’Alsazia
e della Turingia) ed eventualmente dai biscotti. Ma è solo nel XVII secolo che
l’abete – soprattutto in Germania – passa dalle piazze alle case e nel contempo
s’arricchisce di altri ornamenti: rose di carta (il fiore dal «virgulto di Jesse»),
lamine metalliche, dolci; un albero del genere è documentato nel 1605 a
Strasburgo. Di lì a poco fu la luce: dapprima grazie a candeline (la prima
notizia documentata in materia è del 1662 ad Hannover), poi con lumi elettrici;
e siamo sempre a metà tra gli antichi culti del fuoco praticati nella buia
stagione del solstizio e il significato teologico di Cristo luce del mondo.
In Italia l’albero di Natale giunge nell’Ottocento, come dimostra un’immaginetta
in cui si vede dietro al Bambino Gesù un abete decorato con candele: soggetto
peraltro certamente più raro di quello che raffigura lo stesso Neonato di
Betlemme unito alla (o addirittura addormentato sulla) croce, a indicare una
trasparente premonizione. Del resto, non sarà ancora un «albero» a diventare il
simbolo della Passione? In questo senso, il recupero cristiano dell’abete
natalizio compie intero il suo ciclo: infatti, secondo quanto volevano
significare pure alcune leggende medievali per le quali la croce era fatta col
legno del peccato originale e fu infissa nel cranio di Adamo sepolto sul
Calvario, il Natale si unirebbe ancor di più alla Pasqua proprio grazie a una
pianta. L’albero di Natale e il crocifisso potrebbero non essere poi così
lontani.
Roberto Beretta