RICORDI          DI           NATALE
                                   

L'alba del solstizio invernale vista da casa mia a Sassu Altu, verso sa Punta de s'Arroccu; il Sole, nel suo moto annuale lungo l'eclittica, al momento del solstizio invernale (attorno al 22 dicembre) viene a trovarsi alla sua minima  declinazione.


L'albero di Natale dei tempi moderni, pare che non riesca a dare quel calore umano attorno al quale, quando si era bambini sentivamo da parte dei familiari
                  
         Il presepe costituisce per la famiglia un luogo di raccoglimento molto particolare e riesce a infondere fiducia nel futuro a tutti, credenti e non.

Quando ero piccolo con mio fratello aspettavamo i giorni che si approssimavano al Natale con trepidazione e profonda attesa. Si manifestava nella famiglia e nel paese un aria diversa dalle solite giornate, le persone erano più gioiose, e noi ragazzi  discutevamo sui doni che ci avrebbe portato Gesù Bambino. Tutti gli anni più o meno le stesse richieste, che la maggior parte delle volte, erano disattese. Non che il Bambino Gesù non volesse esaudirci, ma le possibilità di moltissime famiglie erano veramente poche. Mio padre uomo rude e segnato dalla fatica dei campi, era  solito recarsi in vigna di buon mattino e ne ritornava con sulle spalle la solita bisaccia ma in più un ramo più o meno grande di una sempreverde come il leccio o il corbezzolo, più raramente l'agrifoglio. Mia madre sistemava il ramo dentro un vaso zavorrandolo con pietre e sabbia, e con la parsimonia che la distingueva, vi  appuntava rare caramelle, più spesso mandarini dal sapore agro, ma vivaci nel loro colore arancio. In parte simili a quelli che la notte di Natale ci portava il Bambinello. Più che altro eravamo coinvolti dall’aria solenne e sacra che si respirava in chiesa. Di preparazione all’Avvento durante la novena, e poi la celebrazione della Natività. Mani e piedi sempre gelati dal gran freddo, intabarrati in rari cappotti, spesso rivoltati, assiepati nei banchi gli uni accanto agli altri, magari vicino a qualche ragazza con la quale scambiare sguardi fugaci, coinvolti tutti nei canti collettivi in latino fatto di parole incomprensibili.

- Rege venturu dominu, venite adoremum ! La chiesa raccoglieva il canto e lo restituiva alle  nostre orecchie, mischiato a odori e rumori che ci erano familiari. Più avanti un altro canto intonato dal celebrante:
- "Genitori genitocue, lausetù bilaziò procedenti abudroncue.......ecc.ecc." e a quel punto mi veniva in mente  per assonanza col cognome, l'amico Budroni, aggiunge mio fratello, che di quattro anni più piccolo di me, subiva ancor di più l'esaltazione di quel canto così unico e quasi del tutto incomprensibile. Il rientro a casa lungo le vie male illuminate da qualche fiocca luce di lampade a poche candele era fatto con soddisfazione di avere svolto una cosa importante. A casa ci accoglieva un bel fuoco al camino dove si consumavano fichi secchi, mandorle e noci raccolte nella vigna. Non era raro ritrovare sul tavolo qualche grappolo di uva passita, fichidindia, e prugne secche con diverse varietà di mele che facevano bella mostra appese a grappoli lungo le travi che sostenevano l’incannicciato annerito dalla fuliggine. In un angolo della camera da letto genitoriale, talvolta condivisa con noi ancora piccoli, si ergeva tutto colorato il nostro albero di Natale. E’ vero oggi riconosco che era davvero scarno e povero di addobbi, i regali sempre mancanti.

.Le nostre aspettative erano tante e sono servite negli anni a darci forza e speranza in un futuro migliore, che si è realizzato riservandoci le gratificazioni che sono
 visibili con la presenza dei nostri figli e nipoti.   


Il Corbezzolo ( in sardo su melughidone) era una delle piante preferite per fare l'albero di Natale. Più di tutto quando erano presenti fiori e bacche allo stesso tempo.

L'Alloro (in sardo Su Laru ipinosu, o anche Olostrhu), ricco di bacche rosso vermiglio era anch'esso una delle piante preferite. Con rametti di abete e di pino inframmezzate da bacche di Corbezzolo.


Anche un ramo di leccio (su Elighe in sardo) andava bene per l'occasione; se non ve n'erano nella propria vigna si "sconfinava" a monte Cacchile ricchissimo di essenze mediterranee. Purtroppo oggi gli incendi e l'uso sconsiderato della legna da ardere hanno depauperato il territorio.

 

 

L’albero di Natale? Cristiano, non pagano.

 

«Se oggi interroghiamo un cristiano o un non cristiano sull’origine dell’albero di Natale, nella stragrande maggioranza dei casi riceviamo la risposta che si tratta di un’antica usanza pagana. In effetti tale spiegazione non è del tutto errata. Tuttavia essa non rende giustizia alla situazione di fatto, poiché è vera solo in uno stadio iniziale, non per l’attuale abete decorato».
Così Oscar Cullmann (teologo luterano che fu «osservatore» al Vaticano II) in un passo del librettino All’origine della festa del Natale. Logico partire da questa insospettabile fonte per una «riabilitazione» cattolica dell’abete natalizio in un’epoca nella quale – complice un certo uso «polemico» del presepe – forse non risulta inutile sottolineare con più obiettività i chiaroscuri natalizi.

L’abete «pagano» o «laico», magari «celtico»? Vero, però parziale. Precisa infatti Cullmann: «Solo la primissima forma cristiana è in rapporto con i riti pagani: da un lato col primordiale culto degli alberi, dall’altro con l’antica celebrazione del solstizio d’inverno». In effetti, l’albero è uno dei simboli più ricchi di significati nella storia e nella mitologia di tutti i popoli: immagine naturale di grandiosità e di mistero venerata come immagine o sede degli dei, simbolo della rigenerazione periodica della vita (la latifoglia) ovvero dell’immortalità (il sempreverde), comunque della vita; «asse del mondo» che attraverso le radici fissate al suolo collega la terra al cielo cui protende le chiome (e viceversa unisce il cielo alla terra)...
Persino Joseph Ratzinger, in un testo del 1978, non se ne scandalizzava: «Quasi tutte le usanze prenatalizie hanno la loro radice in parole della Sacra Scrittura. Il popolo dei credenti ha, per così dire, tradotto la Scrittura in qualcosa di visibile... Gli alberi adorni del tempo di Natale non sono altro che il tentativo di tradurre in atto queste parole: il Signore è presente, così sapevano e credevano i nostri antenati; perciò gli alberi gli devono andare incontro, inchinarsi davanti a lui, diventare una lode per il loro Signore».

Dunque nessun problema se l’albero «cattolico» trovasse parentele remote col «frassino cosmico» Yggdrasil della mitologia nordica, dalle cui foglie scende l’idromele (liquido di vita) e ai cui piedi si radunano gli dei per decidere le sorti degli uomini; ovvero con il Kien Mu, l’albero dell’Universo cinese, che ordina il mondo tra sopra e sotto, regno inferiore, umano e celeste; o ancora con Asvattha, l’albero rovesciato dell’India, le cui radici convogliano dalle nubi verso il basso l’energia sacra (dottrina peraltro ripresa in certe leggende ebraiche e islamiche) e in seguito identificato con il Ficus sotto il quale Buddha ricevette l’Illuminazione; per finire con le Americhe, dove si trovano il simbolo azteco di Quetzalcoatl – un cubo aperto su cui crescono 4 grandi alberi cosmici – e l’albero del Paradiso, proprio della mitologia Maya, personificazione del dio della pioggia Tlaloc («Colui che fa germogliare»).
Del resto, dal fascino delle piante non sono certo immuni la Bibbia (a parte l’albero dell’Eden, si ricorda il salmo che canta «Il giusto fiorirà come la palma, si moltiplicherà come il cedro del Libano») né le sofisticate civiltà greca e romana. A Roma, per onorare Attis, era uso ornare con oggetti votivi – cembali, piatti, fiasche – l’abete sacro. In Grecia la medesima essenza era dedicata alla dea lunare Artemide e se ne sventolavano rami con una pigna in punta. L’abete, già: «albero della nascita» per l’antico Egitto, essenza consacrata al compleanno del Fanciullo Divino (il giorno dopo il solstizio d’inverno) nel calendario celtico... «Il legame fra l’albero e il solstizio – scriveva l’esperto Alfredo Cattabiani – è documentato anche nei Paesi scandinavi germanici, nei quali nel medioevo ci si recava nel bosco a tagliare un abete da decorare con ghirlande, uova dipinte, dolciumi».

Viene di qui il nostro albero di Natale? Forse, ma non solo: ancora Cullmann segnala altre coincidenze, come l’uso medievale di appendere ramoscelli in casa d’inverno, oppure la leggenda secondo cui le piante fiorirono alla nascita di Gesù... Tuttavia è lo stesso teologo a prendere le distanze: «II significato cristiano dell’albero di Natale non va fatto derivare dal solstizio d’inverno, che certo è anch’esso in questione, ma solo indirettamente. Esso ha un’origine propria e risale a una tradizione medievale e al suo significato religioso: le rappresentazioni dei "misteri", che nella Santa Notte mettevano in scena davanti al portale delle chiese e delle cattedrali la storia del peccato originale nel paradiso terrestre. Esse sono la vera culla del nostro albero di Natale con la sua decorazione simbolica».

In effetti, nel passato il 24 dicembre portava in calendario i «santi» Adamo ed Eva; era in seguito alla loro felix culpa che era stato inviato il Salvatore. Logico dunque, nei sagrati o anche nelle cattedrali, erigere un «albero del Paradiso» con tanto di mele appese a far da scenario alle sacre rappresentazioni natalizie. «Esso – ancora Cullmann – simboleggia un convincimento cristiano: il peccato dell’uomo viene espiato nella notte del 24 dicembre dall’ingresso di Cristo nel mondo». Una miniatura salisburghese, anno 1489, illustra il messaggio in modo chiarissimo: un albero, la cui chioma è folta di mele e ostie, ha appeso sulla sinistra un crocifisso e sulla destra un teschio; sotto il primo Maria coglie le ostie, presso il secondo Eva distribuisce le mele.

Circa 5 secoli fa, dunque, era già presente il simbolismo oggi surrogato dalle palline natalizie (inventate nel XIX secolo dai soffiatori di vetro dell’Alsazia e della Turingia) ed eventualmente dai biscotti. Ma è solo nel XVII secolo che l’abete – soprattutto in Germania – passa dalle piazze alle case e nel contempo s’arricchisce di altri ornamenti: rose di carta (il fiore dal «virgulto di Jesse»), lamine metalliche, dolci; un albero del genere è documentato nel 1605 a Strasburgo. Di lì a poco fu la luce: dapprima grazie a candeline (la prima notizia documentata in materia è del 1662 ad Hannover), poi con lumi elettrici; e siamo sempre a metà tra gli antichi culti del fuoco praticati nella buia stagione del solstizio e il significato teologico di Cristo luce del mondo.

In Italia l’albero di Natale giunge nell’Ottocento, come dimostra un’immaginetta in cui si vede dietro al Bambino Gesù un abete decorato con candele: soggetto peraltro certamente più raro di quello che raffigura lo stesso Neonato di Betlemme unito alla (o addirittura addormentato sulla) croce, a indicare una trasparente premonizione. Del resto, non sarà ancora un «albero» a diventare il simbolo della Passione? In questo senso, il recupero cristiano dell’abete natalizio compie intero il suo ciclo: infatti, secondo quanto volevano significare pure alcune leggende medievali per le quali la croce era fatta col legno del peccato originale e fu infissa nel cranio di Adamo sepolto sul Calvario, il Natale si unirebbe ancor di più alla Pasqua proprio grazie a una pianta. L’albero di Natale e il crocifisso potrebbero non essere poi così lontani.

Roberto Beretta