

"Colzu su poveru chi non at su porcu in domo": così recita un antico proverbio sardo. In effetti allevare un maiale a casa voleva dire garantirsi le provviste per l'inverno, quando la campagna non può darti alcun frutto. Anche nel nostro centro si teneva un maiale per l'ingrasso, le galline e l'asino. " chie at porcu e pudda non che furriat nudda". E tutti i frutti che si raccoglievano nella vigna abbondanti nella stagione autunnale diventavano cibo succulento per gli animali. I ricoveri spesso erano a fianco delle case di abitazione o poco discosto. Nei primi anni settanta del novecento, il sindaco di allora Patatu, fece una ordinanza con la quale si obbligava i possessori di tali animali a ricoverarli fuori del centro abitato. Ogni anfratto ogni piccola caverna o grotta naturale si adattava allo scopo. Se ne trovavano parecchie tutto attorno al paese ma non in numero sufficiente per tutti quanti, per cui molte famiglie rimasero prive di quelle provviste sottoforma di lardo e insaccati da conservare per l'inverno.
OZIERI................
COMERAVAMO: LE PORCOPOLI
di Antonio Canalis
Non so quanti se lo ricordano. Una curiosità che mi riporta indietro di diversi decenni: nelle periferie ozieresi, almeno in quei siti che non sono stati raggiunti dalla rilevante espansione urbanistico edilizia del secondo dopoguerra, restano (semicrollate) le circonferenze murarie a secco della base di pinnetos piccolissimi, intorno ai due metri di diametro interno e altezze dei coni straminei (stoppie, falasco, uda),in proporzione. Il pavimento era costituito da boidos di cantone di tufo, con lieve inclinazione verso lesterno e facile lavabilità. I siti più importanti erano a Calamone, alluscita verso Nughedu e sotto la statale che entra ad Ozieri, poco dopo i mulini Galleu. Queste capannucce erano destinate al ricovero del maiale da provvista delle famiglie inurbate. Il proprietario del fondo, in genere un ortolano, le realizzava con disposizione a grappolo e piccoli camminamenti di disimpegno, nelle tare rocciose poste ai margini dellorto e quindi altrimenti improduttive, per poi affittarle a chi le chiedeva per gli usi cui erano destinate. Ricordo che fino agli anni 70, dopo pranzo e la sera, era normale assistere ad un formicolio di gruppetti di donne che si recavano fuori cinta daziaria con il secchio della lavatura di piatti (non cerano i detersivi) che conteneva anche gli avanzi dei pasti non altrimenti riutilizzabili, destinati ad alimentare lospite votato allestremo e cruento sacrificio nei mesi a cavallo tra lanno vecchio e lanno nuovo. Lortolano, oltre che il compenso per la locazione del pinnetu, disponeva quindi in diretta di liquami e deiezioni fertilizzanti da impiegare nelle colture ortive, magari a scapito delligiene, ma erano appunto altri tempi. E innegabile però che, seppure in maniera primordiale, ci fosse un riciclo della frazione umida, oggi croce e delizia delle famiglie urbane. Landirivieni era certamente anche occasione per socializzare e, date le epoche un po spartane e chiuse, anche per coltivare le prime simpatie con giovani dellaltro sesso, pronti ad appostarsi casualmente nei paraggi per incrociare lo sguardo delle ragazze da marito. Oggi, di quelle porcopoli distrutte dal non uso e dallevoluzione dei tempi, resta solo il reticolo del grappolo di circonferenze, lontano richiamo alla struttura dei villaggi nuragici. La foto che pubblichiamo è tratta dal libro Saluti da Ozieri parte seconda, di Gian Franco Saturno.