Conosciamo
da fonti scritte o da testimonianze di reperti archeologici, la storia di ogni comunità o
territorio. Lindagine retrospettiva ci permette anche, grazie al contributo di molte
discipline, di conoscere le vicende preistoriche e sempre meglio il percorso evolutivo
delluomo. Permangono ancora molte lacune e alcuni tasselli non trovano posto nel
mosaico ricostruttivo, ma la ricerca in atto e nuovi ritrovamenti colmano tratti di
incertezza e scontornano zone di chiaro-scuro.
Gli interrogativi comunque sono ancora molti. Ad esempio, nel caso specifico della
Sardegna, mentre si è molto indagato sul periodo nuragico, punico e fenicio ed anche
romano, poco si sa del successivo periodo bizantino fino allinizio del periodo
giudicale, attorno al mille.
La cristianizzazione della Sardegna, ci ricordano gli storici, è avvenuta lentamente e a
partire dal regno di Costantino (314) si comincia ad avere qualche notizia di presenze
vescovili, ma ancora nel 593 Gregorio Magno lamenta le difficoltà di diffusione del
cristianesimo, anche se cominciano ad insediarsi e diffondersi il monachesimo.
Tale sintetico quadro fa da sfondo alloggetto di questa nota, poiché il sito di S.
Stefano ad Oschiri, in particolare la roccia scolpita, viene collocato nel periodo
bizantino dagli studiosi che se ne sono occupati, invero assai pochi e con modesti mezzi (
P. Basoli, F. Sanna). Altri studiosi (G. Tanda e E. Contu) sembrano più propensi ad
assegnare una datazione medioevale, mentre qualcuno parla addirittura di periodo nuragico.
Certamente, conoscendone la datazione, sarebbe assai più facile anche
linterpretazione del significato delle incisioni.
Di fronte dunque allenigmatica roccia incisa e nellaltrettanto suggestivo e
complesso contesto del sito di S. Stefano, ogni visitatore ed appassionato esprime
giudizi, sensazioni e illazioni, per così dire, privi di sostanza scientifica e
documentaria, anche se ovviamente carichi della propria cultura, che è il vero filtro di
ciò che gli occhi vedono, nel senso che ognuno vede solo ciò che la sua cultura gli
permette di vedere.
Perciò unisco al coro anche le mie deduzioni, con la segreta ed ambiziosa speranza non
tanto di dire la verità, quanto di poter contribuire al disvelamento dellintrigante
quesito che le rocce incise pongono.
Le certezze su cui mi muovo sono innanzitutto che il luogo appartiene al
sacro. Non solo per lantica presenza di domus, ma anche per la chiesetta
di S. Stefano, che dimostra un chiaro sincretismo religioso. Vuoi per la suggestione, vuoi
per la bellezza del luogo, ti prende comunque una sensazione fisica di benessere, di stare
in pace, spiritualmente e materialmente.
Oltre alla sacralità del luogo, è indubbia literazione simbolica: figure, schemi e
tipi si ripetono. Levento che nella storia umana più si ripete è proprio la morte
e niente più dei cimiteri hanno elementi che si ripetono, pur con infinite ed
impercettibili varianze.
Le necropoli, anche se non si rinvengono resti umani, si riconoscono per la ripetizione di
alcuni simboli, oggi la croce conficcata nel terreno e nel passato, ad esempio quello
nuragico sardo, la stele della tomba dei giganti.
Cito questa figura perché gli elementi della stele riecheggiano nelle incisioni di S.
Stefano. La stele nuragica è essenzialmente stratificata: la parte bassa, gli inferi, il
budello di introduzione del defunto. Sopra la terra, il cui simbolo è il quadrato e sopra
ancora la volta del cielo.
La stessa simbologia, inferi, terra, cielo e contenuta nelle innumerevoli incisioni
rupestri della Valle Canonica. Nellarco del cielo di queste urna-casa,
raffigurazione cosmologica, ci sono delle tacche, così come sopra larco del cielo
ci sono delle coppelle, tante quanti sono i defunti di quella famiglia o tribù-stirpe. Ma
si possono interpretare anche come il percorso del sole, delleterno scorrere del
tempo.
Come a S. Stefano, sulle rocce camune, si susseguono le incisioni rupestri fino a saturare
la lavagna naturale.
Il tratto più ricorrente, quasi archetipo della lavagna di S. Stefano, mi
pare il quadrato sormontato dallarco acuto: terra e cielo (nellarco cè
la croce: Dio è in cielo). Ma quadrato e arco, come già detto, appartengono al regno dei
morti. Qui il segno dei morti è cristianizzato, reinterpretato, superato con
laggiunzione di nuovi elementi simbolici.
Insomma mi sembra che la lavagna porti i segni di un passaggio sincretico della simbologia
religioso-funeraria, che è avvenuta con lintroduzione del cristianesimo, quindi
nella fase finale dellimpero romano.
Vedo dunque la simbologia della stele nuragica, ma anche ciò che diverrà la sintesi
delledicola, dellimmagine del culto: il quadrato, sormontato dallarco
cupola del cielo, che contiene la croce o il santo. Mi piace vedere nelle coppelle
il viaggio dellastro solare, o il firmamento, che diventerà laureola di
stelle dei santi o della Madonna
simbolo di appartenenza cosmologica o ultraterrena.
Le varianti a questo impianto sono percettibili, ma scompaiono se colte nella loro
essenza. Quante sono le varianti alla lapide funeraria, anche se il fatto di essere lapide
(di eterna pietra) le accomuna tutte?
Nella roccia di S. Stefano è per me segnato il lento passaggio del culto funerario
nuragico a quello cristiano, anche se questultimo sembra una permanenza simbolica
quasi totalizzante.
Sulla roccia è incisa tutta la difficoltà della penetrazione del cristianesimo, che
ancor oggi ha percettibili sacche di resistenza nei meandri degli archetipi sardi, come se
lo spirito non riuscisse a smaterializzare la sempre affiorante pietra.
La pietra comunque conserva la memoria, in particolare nel nostro caso, quella dei nostri
defunti. |