I FALEGNAMI A CHIARAMONTI NEL 1900.  SOS MASTRHOS DE ASCIA

  1. Michelino Montesu (padre).Aveva il laboratorio in via Vitt.Emanuele. Erano diversi i ragazzi che vi lavoravano come apprendisti tra cui il figlio Michelino, che in seguito ne prenderà il posto.
  2. Michelino Montesu (figlio).Mantiene il laboratorio di falegnameria negli stessi locali del padre. Aiutanti,Giuseppe Murgia ed altri.
  3. Antonio Carta.Aveva il laboratorio in “su Demaniu”, a sinistra per Martis, nei locali oggi di Soddu Pierino.
  4. Antonio Casu.Padre di Margherita Casu sposata cun "s’omineddu".Aveva il laboratorio in via Rosario.
  5.  Angelino Budroni.Poi esattore, padre di G.Carlo e di Luisella.
  6. Vincenzo Casu (Muschadellu).
  7. Maria Casu figlia di Vincenzo.
  8. Tettino Sechi (noto come Tettino Raffaele).Aveva il laboratorio in via Puccini.
  9. Angelino Sechi.(noto Rabece). Aveva il laboratorio in via Grazia Deledda, dove oggi c'è il salone per parrucchiera della figlia Giovannangela.
  10. Antonio Moretti (noto Coccoi), aveva il laboratorio in via Falchi, dopo in via Piave e ultimamente in piazza Caduti sul Lavoro dove eseguiva solo lavori su commissione o per hobby.
  11. Giovanni Andrea Tedde (tebbacchera), aveva il laboratorio in via G.M.Angioi (via delle balle).
  12. Eugenio Brunu, padre di Giovannino, aveva il laboratorio in piazza Indipendenza. Vi lavoravano diversi ragazzi come aiutanti: il figlio Giovannino, Andrea Canu,Tonino Caccioni (cadredda).
  13. Nicolino Accorrà aveva il laboratorio in piazza Azuni nei locali di Spanu Giuseppe (oggi negozio di articoli da regalo di Mariella Doneddu).
  14. Gregorio Brunu, aveva i locali in via San Matteo, ha lavorato fino agli anni ottanta.
  15. Italo Satta (dorando), ha il laboratorio in via capitano Cossu e ha esercitato fino a qualche anno fa.Vi lavorava come assistente il fratello Antonio. Esegue ancora dei lavori per proprio conto o su commissione.
  16. Mario Tedde (tebbacchera) aveva la falegnameria in via al Carmelo. Oggi ha il laboratorio dietro Cudinarasa in località Biliu.Vi lavorava la figlia Nicoletta, che oggi lo fa nei ritagli di tempo libero.
  17. Franco Cuccuru.Ha il laboratorio in via Cap. Cossu.
  18. Andrea Canu. Ha il laboratorio in via Garibaldi.
    L'ARATRO DI LEGNO (S'ARADU DE SA LINNA)
      Dalle nostre parti, ancora oggi, è possibile trovare un aratro di legno che è stato usato, seppure raramente, fino agli anni settanta del novecento. Mio padre racconta che lo usava per arare i terreni sciolti dove si otteneva un discreto risultato, mentre era difficile arare i terreni tenaci e argillosi. All'inizio del novecento ve ne erano ancora molti, tutti di legno, mentre in seguito si usò un puntale in ferro per aumentare la durata del chiodo. L'uomo protosardo lo usò sicuramente per coltivare la terra, dopo che "inventata" l'agricoltura, da nomade  cacciatore-raccoglitore, diventa sedentario e coltivatore, potendo così dedicarsi ad altre attività quali: le costruzioni, la tessitura, e altri lavori collegati con le sue esigenze. Certamente doveva trattarsi di un oggetto differente da quello dell'ultimo secolo, molto più semplice nella struttura, ma simile nel principio del funzionamento. Dopo che l’uomo addomesticò  alcuni animali, gli stessi, lo misero nella felice condizione di fare meno fatica nel lavoro dei campi evitando che fosse egli stesso a trainare l'aratro, ottenendo allo stesso tempo dei raccolti più abbondanti. L'aratro di legno è così strutturato: il corpo centrale o principale (chiodo) era di un legno forte e stagionato come l'olivastro, sagomato all'incirca come una piramide a base rettangolare e appoggiato su un lato che si chiama (ENTALE). Sulla parte superiore anteriormente trova alloggio un asse a forma di parallelepipedo che si chiama (ISPADA), e posteriormente un altro asse più robusto e più lungo che si chiama (ISTEVA). Su tutti e due questi assi si incastra un legno lungo a forma di parallelepipedo o più semplicemente di un cilindro (il tronco di un albero non tanto grosso).L'estremità più grossa è il corpo centrale dell’aratro, mentre quella più sottile si volge verso l'attaccatura del giogo, che si chiama (TIMONE). Alla estremità del Timone vi è una apertura da parte a parte, e vi trova alloggiamento un piccolo asse a forma di parallelepipedo,che funziona da fermo e che si chiama (CABIJA).  Sul corpo centrale (ENTALE) nelle due facce laterali trovano alloggiamento altri due assi a forma di parallelepipedo inclinati di circa 45° chiamati (ORIJAS), e sostenuti per il rafforzamento da due putrelline,. Sopra (S'ISTEVA) ancora un legno o asse trasversale solitamente cilindrico che serviva per impugnare l'attrezzo e per legarvi le cavezze dei buoi o del cavallo. Il giogo dei buoi era costituito solitamente da un bue bianco comunque col manto chiaro (ISPANU) e da un altro rossiccio o bruno (PURPURINU), che erano tenuti dal giogo vero e proprio di legno stagionato e forte, ancorato alle corna con dei legacci o stringhe di cuoio lunghe e larghe tre cm. circa, (LOROS). Il giogo centralmente aveva due fori attraverso i quali passava una grossa stringa di cuoio intrecciato (SESUJA) dove vi si introduce l'altra estremità del timone che viene fermato da un fermo trasversale (CABIJA). La (SESUJA) ha due estremità a forma di piccoli licci attraverso i quali passa un listello di legno forte di olivastro stagionato (FUSTIJU) che funge da fermo. (m.u)