Procedura VAS-OSSERVAZIONI per la modifica del Piano Energetico
Ambientale Regionale Sardegna ai sensi dellart.10 comma 4 parte II del Dec.
Leg. 152/2006 e s.m.i. di dr. Vincenzo Migaleddu www.smirg.org
Premessa
Il documento di sintesi del PEAR della regione Sardegna si caratterizza per la mancata adesione ai
criteri di pianificazione dello sviluppo sostenibile ed in particolare non tiene conto dei carichi
ambientali e sanitari che certe scelte possono comportare, ben sapendo che la procedura della
V.A.S. (Valutazione Ambientale Strategica) comporta la necessità di integrare alle scelte del Piano
Energetico anche quelle ad implicazione ambientale: noi aggiungiamo anche quelle sanitarie.
Saranno fatte alcune considerazioni di tipo generale, settoriale ed una sintesi finale.
Considerazioni generali
Nella parte introduttiva del Piano regionale ci si riferisce alla normativa internazionale, UE
riguardante le azioni tese a promuovere il contenimento delle emissioni (locali e globali).A tale
riguardo, va messo in evidenza che non emerge il contributo della regione Sardegna per il
raggiungimento dell obiettivo di riduzione del 6,5% delle emissioni CO2 che lo stato Italiano si era
impegnato ad accogliere con il Protocollo di Kyoto; rispetto ,poi, alle più recenti deliberazioni della
UE il Piano è ben lontano da una programmazione che permetta una riduzione del 20% di emissioni
, una produzione del 20% da energia rinnovabile ed il raggiungimento di un risparmio energetico
del 20%.
Lanalisi del sistema produttivo e gli indicatori riportati non sono omogenei e quindi non sono
attendibili. Un esempio: in Sardegna il dato attuale del rapporto( kg /kWh) tra emissione di CO2 e
kWh prodotto, assume valori variabili da 0,8 a 1,1 in tre diversi contesti dello studio. Nel rapporto
ENEA-Energia ambiente 2004-, nel commentare il bilancio denergia complessivo, si osserva che
il coefficiente defficienza energetica è in Sardegna solo di 0,61, mentre il dato medio nel paese è di
0,70. Vengono riportati però anche gli altri indicatori che servono ancor di più ad interpretare le
caratteristiche del sistema produttivo della Sardegna.
Indicatori defficienza energetica e consumi unitari Sardegna Italia
Intensità energetica finale del PIL tep/M 147,9 121
Intensità elettrica del PIL MWh/M 496,6 277
Intensità energetica nellindustria rispetto al valore aggiunto tep/M 599,2 ~190
Intensità energetica nei trasporti rispetto al PIL tep/M 54 ~35
Consumo energia elettrica per unità di lavoro MWh/addetto 98,90 ~26
Consumo energetico per unità di lavoro industria tep/addetto 21,88 ~7,5
Intensità elettrica nei consumi nelle famiglie MWh/M 136,6 ~95
Consumi energetici finali per abitante tep/abitante 2,04 ~2,7
Intensità elettrica-carbonica del PIL rispetto alla CO2 (stima) ton/M ~456 ~220
Fonte: Enea 2004
E evidente come la presenza di industrie energivore (che assorbono circa la metà del consumo
energetico giornaliero~ 600MW) imponga alla Sardegna: a) di produrre manufatti e semi-lavorati
ad alto contenuto energetico e basso contenuto lavorativo e professionale, con ulteriore
esportazione indiretta di energia; b) lassenza di industrie a valle nelle produzione di base. Il
restante tessuto produttivo soffre per: a) lelevato costo energetico di produzione che, in assenza di
metano, impone limpiego quasi esclusivo di combustibili fossili(petrolio e carbone); b) i trasporti
che nella regione risultano energeticamente molto più onerosi rispetto alla penisola .
Tale condizione sembra destinata a peggiorare in relazione alla corsa alla produzione in esubero di
quote sempre maggiori di Energia Elettrica(EE), con la contemporanea realizzazione del cavo SaPeI
(500-1000MW). In tal modo si potrà liberare parte della riserva per produrre più energia e
incrementare ulteriormente lesportazione. Ciò nonostante, dai dati della produzione elettrica
riportati nel piano, non si evidenzia che già oggi lisola è esportatore denergia ( il 7,02% della
produzione nel 2002, il 3,78% nel 2003, il 5% nel 2004, 6% nel 2005 e 7%nel 2006 su circa 13.031
GWh/a), nonostante il vincolo della riserva di potenza dell80% (~1400MW) determinato del nostro
relativo isolamento (vedi collegamento con la penisola attraverso il SACOI da 300 MW e con la
Corsica attraverso il SARCO 50 MW).
Sebbene la produzione di EE sia superiore a quella della richiesta interna nellisola, il prezzo del
MWh è mediamente superiore del 30-35% a quello del resto del Paese. Se ciò dipendesse dallalto
costo della produzione dellenergia, in Sardegna verrebbero meno i presupposti economici che
consentono lattuale esportazione di EE e la programmazione del raddoppio di tale esportazione,
così come traspare dagli obbiettivi del PEARS. Nel documento di sintesi manca un analisi di tale
fenomeno seppur si individui la riduzione del prezzo dellenergia come obbiettivo.
In particolare, non vengono presi in esame i bassi costi di produzione relativamente allimpiego
prevalente di combustibili fossili ( TAR, Carbone, derivati dal petrolio); si invoca per abbattimento
del prezzo dellEE limpiego del metano che nella realtà farà aumentare i costi di produzione, come
si intende spiegare in seguito. Non si fa nessun riferimento alla grande quantità di EE che viene
acquistata a tariffe incentivate(circa il doppio del prezzo corrente attraverso i meccanismi del CIP6
ed i certificati verdi ) in quanto prodotte da fonti assimilate.
La prevalenza di tali produzioni che godono della priorità di dispacciamento e del non obbligo di
regolazione, portano alla turbativa di mercato che vede scaricati su quello dellIsola gli alti costi di
acquisto da parte dell Acquirente Unico/GME con un prezzo del MWh superiore a quello della
penisola. L assenza dellobbligo di regolazione porta inoltre alla bassa qualità del servizio
energetico che vede infatti nellisola il record di interruzioni improvvise (oltre 250 min/anno contro
i 7 min/anno della Lombardia).Ciò aggiunge per le imprese come per le famiglie un ulteriore costo
di gestione, legato alla maggiore usura de sistemi di produzione, delle apparecchiature , degli
utensili e delle fonti luminose. La difficoltà di inserimento in rete della produzione da vere FER
(fonte energia rinnovabile) non va ricercata dunque nella necessita di preservare la stabilità delle
rete già minata dalla produzione in esubero da FEA (fonti energetiche assimilate).
La presenza di una produzione da grossi impianti ( superiori ai 100-150 MWe di potenza) porta una
ulteriore vulnerabilità del sistema elettrico isolano. Solo lintroduzione di un sistema di generazione
distribuita(GD) dellenergia elettrica da fonti energetiche primarie di tipo rinnovabile,quali sole e
vento, diffuse sul territorio, consentirebbe il raggiungimento dellobiettivo comunitario del 20% da
FER; il sistema dovrebbe essere costituito da unità di produzione di taglia medio-piccola (da
qualche decina/centinaio di kW a qualche MW), connesse,di norma, ai sistemi di distribuzione
dellenergia elettrica (con 2003/54/CE) e ciò consentirebbe: a) di avvantaggiarsi della flessibilità
delle tecnologie GD di produrre potenza in periodi favorevoli e di espandere rapidamente la potenza
stessa in risposta a richieste maggiori; b)di usare i generatori esistenti di emergenza per fornire
potenza durante i periodi di punta; c)di fornire i fabbisogni di elettricità e calore e vendere
elettricità;d) di migliorare l affidabilità e la qualità dellenergia consumata.
Su tali problematiche e soluzioni il PEAR non fa cenno. Tra gli obbiettivi quello dell autonomia
energetica mediate fonti fossili si propone la costruzione di nuovi impianti di grossa taglia che
prevedono un prevalente uso massiccio di carbone importato (Sulcis e Fiume Santo, utilizzato con
tecnologie più o meno efficienti ma non tra le migliori).La riduzione delle emissioni di gas-serra
regionali del 20% entro il 2020, pari a un taglio di 7,2 milioni di tonnellate, diventa in tal modo
irraggiungibile, esponendo la fragile economia della società sarda ad ulteriori costi a causa delle
ennesime procedure di infrazione che l UE automaticamente aprirebbe.
L obiettivo del Piano relativo al sostegno del Sistema produttivo industriale e carbonifero
dellarea Sulcis-Iglesiente, appare di sapore autarchico , datato e lontano dalle più moderne
concezioni di risparmio energetico. La necessità di supportare una produzione energivora come
quella dellalluminio è nel PEARS il presupposto per la produzione di ulteriore EE da fonti fossili,
solo in parte locali. La riduzione dei consumi energetici del 20% al 2020 non può essere raggiunta
puntando solo sulla riduzione dei consumi energetici di tipo domestico ( vedi certificazione
energetica delle nuove costruzioni), ma deve partire dalla riconversione di un sistema produttivo a
bassa efficienza come la produzione di alluminio dalla bauxite.
Lalluminio è un materiale totalmente riciclabile. Il suo recupero e riciclo, oltre a evitare
lestrazione di bauxite( più produzione annua di 1 500 0000 ton/anno di rifiuti speciali, quali i
fanghi rossi), consente di risparmiare il 95% dellenergia richiesta per produrlo, partendo dalla
materia prima. Infatti per ricavare dalla bauxite 1 kg. di alluminio sono necessari 14 kWh, mentre
per ricavare 1 kg. di alluminio nuovo da quello riciclato servono solo 0,7 kWh di energia. Il riciclo
dellalluminio costituisce unimportante attività economica, che dà lavoro a molti addetti: lItalia è
il primo produttore europeo di alluminio riciclato ed il terzo nel Mondo. Una nuova quota di tale
produzione e occupazione dovrebbe essere assegnata alla Sardegna: ciò garantirebbe con maggiore
efficacia il raggiungimento dell obiettivo della stabilità socio-economicadella comunità dellisola
.
La mancanza di competenze multidisciplinari nella stesura del PEARS emergere chiaramente
nellassenza di una seria analisi sui costi sanitari delle attuali strategie industriali ed energetiche. Fra
tutte le normative considerate nella stesura del piano mancano quelle che saldano le attività
produttive ed energetiche alle ricadute sulla salute dei cittadini, attraverso il cambiamento della
qualità dellaria. Non viene dunque preso in considerazione il D.Lgs 351/99 attuazione della
direttiva 96/66 CE in materia di valutazione e gestione dellambiente aria.Tale norma, seppur non
recente, si ritrova ancora inapplicata nellisola per quanto riguarda lart 1-finalità,comma d, che
impone di mantenere la qualità dell aria ambiente ,laddove è buona e migliorala negli altri
casi.E noto come un sistema regionale di centraline di rilevazione efficiente ed efficace sia ancora
progettualità sulla carta, mentre nei fatti si ritrovino controllati che si controllano con centraline
proprie.
I dati del registro Tumori della provincia di Sassari sullelevata incidenza di tumori tra i
lavoratori dellarea industriale di Porto Torres, nono sono confortanti; quelli più recenti che
riguardano lincremento annuo dei tumori nella prima infanzia e nelladolescenza nellintera
provincia di Sassari,caratterizzati da incidenze superiori al 2% dellincremento annuo della
penisola ( 1% negli altri paesi europei ; 0,7 negli Stati Uniti ), sono anch essi significativi per le
ricadute di un certo sistema industriale sulla salute delle fasce biologicamente più vulnerabili della
società; lesistenza di dati solo per la provincia di Sassari dimostra l arretratezza del sistema
sanitario regionale che anche lultima gestione non è riuscita a sanare. Invero, i dati biostatistici
sulle 18 aree a forte impatto ambientale sono frutto dell impegno dellultimo assessorato alla
sanità, anche se a tale impegno non ha fatto seguito una adeguata progettualità di prevenzione
primaria inserita nel piano sanitario regionale. Tra i dati raccolti in queste aree della Sardegna (
circa 900 000 persone) il sesso maschile mostra un tasso di mortalità indicizzato per età per mille
abitati per anno, più elevato rispetto allintera penisola italiana, val padana compresa (84.4 v/s
80.8). Il rapporto Censis del dicembre 2007 riporta altri dati su cui riflettere ; tra questi, un rilievo
particolare merita lindicatore sintetico della salute che come si osserva, ci vede allultimo posto
nel paese.
Nonostante come possiamo osservare lindicatore dellofferta sanitaria non ci colloca ancora
allultimo posto
Allinterno dello stesso rapporto,lindicatore sintetico socio-economico, colloca la Sardegna al
quattordicesimo posto tra le venti (20) regioni dello stato italiano. Nel PEARS si fa riferimento solo
al mantenimento del livello socio economico raggiunto, ma non si fa riferimento ai costi esterni
socio-sanitari che le popolazione sono costrette a sopportare in relazione allimpatto ambientale che
alcuni tipi di attività produttive con elevata produzione di emissioni inquinanti determina. Un
impostazione culturalmente arretrata che non tiene conto della sostenibilità dei modelli di sviluppo
proposti.
E in corso, nella Comunità Europea, ad opera della stessa Commissione Europea, lelaborazione di
strumenti utili per il calcolo di talicosti esterni socio sanitari anche in termini monetari. Essi sono
lEPER (European Pullulant emission Register) e lexternE. Il primo raccoglie i dati dai siti dove
sono presenti attività con emissione di inquinanti e il secondo fornisce supporti informatici
(Ecosense e RiskPoll) utili allelaborazione dei costi esterni. E evidente che ciò può avere un
efficacia limitata se gli amministratori locali non danno vita ad efficienti agenzie locali di controllo
ambientale (ARPA) e non impostano un Servizio Sanitario più moderno e attento alle condizioni di
degrado ambientale che favoriscono linsorgenza delle malattie (Tumori, malattie cardiovascolari,
bronco-polmonari, infettive ,degenerative del SNC).
ANALISI DELLA RETE E ANALISI PER SETTORE
Interconnessione con reti trans europee : elettrodotti e metanodotto.
La posa dellelettrodotto sembra non tener conto del PEARS e viceversa: la disponibilità di
uninterconnessione da 1000 MW modifica sostanzialmente il bilancio energetico della Sardegna.
In particolare verrebbe meno il presupposto per cui la Sardegna debba essere considerata un sistema
isolato e quindi il fatto che vi sia ancora la necessità di una riserva minima di potenza pari all 80%.
Non viene specificato se questo elettrodotto porterà energia elettrica verso lItalia attraverso la
Sardegna partendo dallAlgeria, come riportato da lanci di agenzia alla firma dell accordo italoalgerino
(citato da fonte ministeriale tra GRTN e l algerina Sonelgaz) o sia piuttosto un secondo
cavo; la disponibilità (eventuale) di una seconda interconnessione da 1000 MW conferma una
ulteriore modifica del bilancio energetico della Sardegna e gli obbiettivi del PEARS che vedono
ulteriori incrementi della produzione energetica . L assenza di chiarezza conferma lincapacità dei
decisori politici regionali di programmare la strategia di una propria politica energetica e la
sostanziale subordinazione a decisione esterne. Inoltre il passaggio di un elettrodotto con le
caratteristiche ora descritte ha sicuramente un impatto rilevante sull estetica del paesaggio dato
che comporta la posa di un gran numero di tralicci di alta tensione. Infine lalto numero di tralicci
creerebbe notevoli problemi relativi ai campi elettro-magnetici indotti, particolarmente in
prossimità di centri abitati.
Il metanodotto attraversa la Sardegna ma non è costruito per la Sardegna: la sua capacità di
trasporto (8-10 miliardi di m3/anno) supera abbondantemente le richieste del settore civile e
industriale Sardo ( poco meno di un miliardo di m3/anno). Il piano prevede un impiego di 2 maliardi
di m3/anno di metano nellisola; l eccedenza dovrebbe servire per la produzione denergia elettrica
per la quale sarebbe necessario un impianto a ciclo combinato a gas naturale (GNCC) con potenza
superiore ai 600 MW. Gli investimenti nella produzione denergia elettrica, come previsti dal Piano,
sono poco strategici, piuttosto tesi allo sfruttamento immediato del carbone; oppure, nella peggiore
delle ipotesi, allutilizzo di un metano reso disponibile da un eventuale centrale di rigassificazione
di GNL progettata ad hoc. Vengono totalmente trascurati limpatto ambientale che la costruzione
del metanodotto avrebbe sul territorio e tutti i problemi relativi alla gestione futura di
uninfrastruttura che, bisogna ricordarlo, è potenzialmente pericolosa, a partire dalla stazione
compressione di Spiritu Santu ad Olbia, alta 15 metri e che dovrebbe estendersi su 19 ettari. I
vantaggi economici del metanodotto sono tutti da dimostrare; nessuna delle regioni dellItalia
meridionale in cui passa un grosso metanodotto può vantare un miglioramento delle proprie
condizioni di sviluppo (economico o, in particolare, industriale) come conseguenza della
disponibilità del metano. Per quanto riguarda gli usi civili, va ricordato come, a distanza di molti
anni dalla costruzione di un metanodotto, in Sicilia ed in Calabria, a causa della mancata
realizzazione delle infrastrutture locali, meno del 40% delle famiglie abbia accesso alluso del
metano.
Combustibili fossili
Se si tiene conto che al consumo medio giornaliero può far fronte una produzione media di 1200
MW (picco massimo ~1.750 MW) e che tale produzione si aggira quotidianamente,
peraltro,su~2000 MW, ci si rende conto che la linea SA-CO-I che unisce lisola alla penisola
italiana attraverso la Corsica lavora prevalentemente in uscita, esportando per una potenza di
~800MW: dunque, come possiamo osservare nella tabella successiva, una grande quantità di
energia resta in riserva. In verità,specialmente nelle ore notturne, quote di energia vengono
importate in Sardegna per mantenere la stabilità della rete ed in particolare della frequenza della
corrente alternata (50hz): stabilità non sempre presente a causa della scarsa regolazione della qualità
dellEE messa in rete dai produttori nellIsola. Nella tabella successiva si rileva come per potenza
siamo oltre l80% di riserva richiesto per un sistema isolato.
Come si osserva nella tabella successiva l energia viene prodotta quasi esclusivamente con
combustibili fossili.
Carbone- In attesa del metano, lunica cosa certa del PEARS è la programmazione delle nuove
centrali a carbone con costi di produzione più bassi della metà rispetto al metano e che potranno
produrre ben più delle nostre necessità, destinando buona parte dellenergia allesportazione .
Quindi quando potremmo disporre del metano il mercato sardo dellenergia sarà saturo, e diverrà
improponibile la realizzazione di nuove centrali a metano NGCC. Non sono ancora chiare le
strategie di E.ON subentrato di recente ad Endesa a fiume Santo. E comunque probabile che Enel
ed Endesa abbiano esercitato pressioni sulle amministrazioni locali allettandole con investimenti di
molte centinaia di milioni di Euro che miravano a monetizzare i profitti sul breve periodo; la
costruzione di una centrale a carbone rispetto ad una a metano ha un costo più elevato, ma il costo
di produzione dellenergia è molto più basso e quindi immediatamente remunerativo.
Questo spiega, come prevede il PEARS, la corsa alla produzione di EE da carbone. Per quanto
riguarda le emissioni di gas clima alteranti il PEARS pianifica invece un sostanziale raddoppio delle
emissioni di CO2 rispetto al 1990, in aperta violazione degli accordi internazionali dellItalia per
Kyoto.Secondo gli stessi dati contenuti nel PEARS, infatti, le emissioni sarde di CO2 ammontavano
nel 1990 a 16,8 milioni di tonnellate (Mt), salite a 24,6 nel 2000 (+ 46% in dieci anni). Secondo le
proiezioni del PEARS entro il 2015 le emissioni dovrebbero arrivare di 27 Mt considerando
interventi di efficienza; senza di questi interventi il livello salirebbe a 29 Mt di CO2. Se a questo
incremento aggiungiamo il costo dei crediti di CO2, necessari per compensare le maggiori emissioni
che si dovranno pagare in applicazione delle norme della CE inerenti al Protocollo di Kyoto e che
vengono scaricati in bolletta, la convenienza allimpiego del carbone è solo per il produttore
denergia.
L uso del gasolio/oliocombustibile comporta costi di produzione più elevati tanto che le centrali
alimentate in tal modo fanno parte della riserva o vengono attivavate in ore di punta o in
emergenza quando si può spuntare un prezzo più remunerativo.
Tra i combustibili fossili sicuramente meno costosi troviamo i residui di raffineria/tar, impiegato
perlimpianto Sarlux; anzi la sua combustione addirittura evita gli alti costi per lo smaltimento che
graverebbero sul processo di raffinazione. Secondo le norme del CIP6/92 lenergia prodotta viene
assimilata a quelle da fonti rinnovabili e viene acquistata a prezzo incentivato; secondo le decisioni
ministeriali, che il PEARS ignora, tale produzione continuerà ad avere le incentivazioni e la priorità
di dispacciamento fino al 2020. Una incentivazione privata e non sociale che vede scaricati sul
mercato isolano, attraverso la bolletta, gli alti costi di acquisto nel borsino dellenergiadove
valgono i criteri della zone di mercato ( la Sardegna, settima zona, fa registrare i prezzi più alti).
Come già scritto nelle considerazioni generali i costi esterni in termini di aumento della morbilità
o mortalità, seppur a carico dei cittadini, non vengono mai presi in considerazione. In Sardegna per
lassenza di un efficace sistema di monitoraggio delle emissioni e delle ricadute sanitarie (il registro
tumori è presente solo nella provincia Sassari) è più facile scaricare sulla collettività i costi esterni
dellinquinamento; la valutazione dell influenza negativa dellinquinamento industriale sulle altre
attività produttive tradizionali quali lallevamento e lagricoltura, non viene presa neanche in
considerazione. Da un calcolo approssimativo (approssimative per difetto sono le dichiarazioni per
autocertificazione sulle emissioni) i costi esterni dellinquinamento si aggirano in Sardegna
intorno agli 800 milioni di Euro. Gli estensori del piano non solo non considerano questi costi, ma
sembrerebbero considerare gli obiettivi dei protocolli internazionali (come quello di Göteborg o di
Kyoto) delle costrizioni cui sottomettersi a malincuore, che contrastano con "le esigenze generali
dequilibrio socio economico" e quindi da realizzare "compatibilmente" con queste ultime.
Se nel PEARS è presente un richiamo formale ai valori di emissione di CO2 e delle emissioni
acidificate a cui il protocollo di Kyoto e Göteborg fanno riferimento, mai vengono citati i particolati
in quanto contenenti non solo sostanze che possono avere un azione irritante e/o pro-flogistica
(solfati, nitrati), ma anche cancerogeni (metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici). Mai viene
fatto un riferimento allassenza di un serio controllo istituzionale sullemissioni.
La combustione di combustibili fossili, quale si realizza nelle centrali elettriche rappresenta una
delle maggiori fonti antropogeniche di inquinanti atmosferici. Fra questi gli idrocarburi aromatici e
numerosi elementi metallici (fino a 50 presenti nel carbone e fino a 30 negli oli combustibili).
Questultimi, dopo essere stati mobilizzati dalla combustione del carbone e o dellolio tendono a
condensarsi nelle ceneri volatili (fly ash) e nel particolato le cui dimensioni variano da pochi
micron( PM10, PM2,5) a quelle ultrafini (UFP-PM 0,1) e alle nano-particelle (NP) di dimensioni
inferiori a 100 nm (nm=nanometro, un nanometro=10-9 metri, ossia 0,001 micron). Considerato che
larea di superficie per unità di massa aumenta con il decrescere della dimensione delle particelle, la
concentrazione di elementi metallici e maggiore nella loro frazione più fine, submicronica ,
totalmente respirabile. Analogamente il rapporto fra superficie e numero totale di atomi e molecole
cresce in maniera esponenziale con il decrescere delle dimensioni delle particelle, il che spiega
perché le NP abbiano unattività biologica più intense, a parità di massa, di particelle di dimensioni
superiori
Per molti degli agenti che compongono linquinamento atmosferico, incluso il particolato, non
esiste un valore di soglia al di sotto del quale vi sia levidenza di unassenza di rischio. Per il
particolato, in specifico, effetti dannosi sono stati riportati per livelli vicini al background naturale
che e attorno ai 6 microgr/m3 .Il mancato richiamo nel piano alle normative UE e statali sulla
salvaguardia della qualità dellaria, quali il D.Lgs 351/99 attuazione della direttiva 96/66 CE, è
espressione della non conoscenza di come gli impatti ambientali possano influire sulla salute
delluomo. Per quanto ormai sia ben conosciuta la relazione fra effetti nocivi e dimensioni del
particolato, vari studi concordano sullevidenza che il PM 2,5 sia più nocivo del PM 10, e che la
frazione ultrafine, che include le nano particelle, quelle cioè di dimensioni inferiori a 100nm, possa
indurre una serie di eventi avversi a livello polmonare e cardiocircolatorio e, verosimilmente, anche
a livello di sistemi e organi diversi, incluso il sistema nervoso centrale. In Sardegna ancora non
esiste una rete pubblica di monitoraggio della qualità dellaria distribuita su territorio; timidamente
si sta introducendo il rilievo del PM10, mentre del PM2,5 ,del PUF e delle nano particelle si ignora
lesistenza.
Non si investe nella ricerca sui danni alla salute causati dalle condizioni ambientali da combustione
mentre si indirizzano risorse per dare credibilità al marketing del carbone pulito In tale campo le
tecnologiche degli ultimi 20 anni sono prevalentemente indirizzate a migliorare la resa energetica e
in parte a migliorare la qualità delle emissioni con lintroduzione dei filtri a manica e scrubber
(denitificatori e desolfuratori) che hanno consentito una riduzione delle emissioni di polveri totali ,
ossidi di azoto e di zolfo. Le problematiche inerenti le poveri fini e ultrafini (PM 2,5 e PM 0,1) e
NP rimangono irrisolte; così come quelle relative all emissione di arsenico, altri metalli e isotopi
radioattivi; Per quanto riguarda lipotesi della segregazione geologica della CO2, la Commissione
Europea nell An energy policy for Europe, presentato il 18 gennaio 2006, ha affermato: «I costi
stimati per lo sviluppo della tecnologia CCS - Carbon Capture and Storage - sono superiori ai 70
euro per tonnellata e rendono proibitive le spese per lapplicazione di tale tecnologia su larga
scala». La sicurezza del confinamento della CO2 su tempi elevatissimi, prevenendo sia un possibile
lento rilascio verso latmosfera, sia un rilascio più rapido, per esempio in presenza di eventi sismici,
non è dimostrata né dimostrabile.
Fonti rinnovabili e tipologia del sistema e del servizio elettrico
Abbiamo già scritto dellestrema vulnerabilità intrinseca di un sistema energetico basato sulla
concentrazione di potenza elevata in grandi poli di generazione elettrica; un qualsiasi inconveniente
che comporti lisolamento di un polo produttivo dalla rete per cause tecniche, e/o incidenti può
provocare linterruzione dellerogazione di energia in vaste aree della regione; abbiamo inoltre già
ricordato come la presenza in rete di una grande quantità di energia prodotta senza obbligo di
regolazione porti ad un tempo elevato per anno di interruzioni improvvise.
Viceversa, un sistema fondato su reti locali di fornitura di energia prodotta in impianti di piccola
taglia, concepito come un sistema di maglie connesse alla rete dello Stato, può garantire la
flessibilità, la sicurezza e la continuità non solo sul fronte degli approvvigionamenti, ma anche sul
fronte dellerogazione dellenergia (o meglio dei servizi energetici), ragion dessere di un sistema
che crea le condizioni favorevoli ad una progressiva espansione dellutilizzo delle fonti energetiche
rinnovabili. La richiesta dellutenza di un servizio di distribuzione più flessibile ed affidabile,
nonché ragioni di sicurezza e di interdipendenza geopolitica, spingono in questi ultimi anni verso un
modello di generazione distribuita.
Non sembra che il PEARS si muova in tale senso: si punta su nuovi impianti di grande potenza a
carbone e si limita limpiego delleolico. Si fa leva sulla percezione negativa dellimpatto visivo sul
paesaggio, si tace sullimpatto che le emissioni da combustione creano sulla salute.
Energia eolica. Nel PEARS si prevedono un massimo di 1100GWh/a per una potenza di 550 MW
attraverso Parchi Eolici da localizzare nelle aree industriali. Per la ANEV (Associazione Nazionale
Energia dal Vento) la Sardegna è una regione strategica per lo sviluppo delleolico in Italia. Nel
2007 la potenza eolica complessiva sullIsola ha raggiunto i 367 MW; nulla a confronto dei 217
MW e dei 133 MW installati, rispettivamente, in Puglia e in Sicilia nel solo 2007. A causa
dellopposizione dellAmministrazione regionale, sono ancora molti i progetti bloccati. Nel 2008 si
è registrata linaugurazione del parco eolico Fri-el Green Power di Campidano di 70 MW, e nei
primi mesi del 2009, dovrebbero essere allacciati in rete altri 100 MW a Villaurbana, un progetto di
Greentech. In questo modo la potenza eolica installata si avvicinerà al limite di 550. Tuttavia
nellIsola la crescita delleolico potrebbe essere almeno 5 volte tanto. Le stime sul potenziale eolico
oscillano infatti tra 2.750 e 5.400 MW. Anche assumendo la stima più bassa, la Sardegna potrebbe
produrre circa 5,5-6 miliardi di kWh (TWh), pari a circa il 50 per cento degli attuali consumi
elettrici totali, che nel 2004 erano di 11,4 TWh ; secondo la fonte ANEV, installare entro il 2020una
potenza di 1750 MW, darebbe lavoro a oltre 7.000 persone Per realizzare questo potenziale,sarebbe
necessario circa il 3 per cento della superficie regionale.
In questa visione dell ANEV, mediata da alcune azioni eclatanti portate a segno da una nota
associazione ambientalista, manca comunque una visione di insieme che armonizzi l inserimento
delleolico e delle altre fonti di energia rinnovabile ( solare fotovoltaico e termico) nella rete di
distribuzione isolana; le alte potenze e le alte produzioni ipotizzate, anche queste ben superiori a
quelle necessarie per lesigenze dellisola, vedono sempre la Sardegna come luogo dove cercare
opportunità per altri e non per la comunità sarda. Tenendo conto dell importante mancanza dei
costi esternisocio-sanitari della produzione eolica relativi allassenza delle emissioni, permangono
quelle relative al consumo del bene paesaggio ( al 3% del territorio vanno aggiunti le servitù
visive relative alle caratteristiche territoriali dei siti). Sarebbe interessante a partire dalleolico , ma
includendo anche le altre forme di produzione industriali di energia (con potenza superiore al MWe
) che godono di aiuti statali (CIP6 e Certificati verdi), se il PEARS prevedesse la destinazione
sociale e non privata di tali incentivi.
Biomassa legnosa/ Rifiuti / CDR.La vicenda dellinceneritore proposto per Ottana è esplicativa :
veniva proposto una CTI (centrale termica integrata) con una potenza di 20 MWe da rifiuti e di 20
MWe da biomasse. Contemporaneamente, nel piano energetico si propongono altre (sette) centrali a
legna per produrre energia elettrica da localizzare nei comuni con sicuro rifornimento di legna
(comuni montani) per una potenza stimata 135 MW e una produzione di 945 GWh/a. Solo per il
progetto Ottana, per raggiungere le 300.000 t/a di cui parla il PEAR occorrerebbe tagliare lintero
bosco e non ci si potrebbe certo limitare alle ripuliture: un ritorno ad un triste passato che la storia
delle foreste sarde ha conosciuto. Il sospetto di far ricorso a termovalorizzatori alimentati a
biomasse per trasformarle in seguito in eliminatori di rifiuti (vedi il caso di Brescia), una volta
che sia stata constatata limpossibilità di ottenere le stimate quantità di legname, è confermato
analizzando gli atti della gara per la manifestazione di intenti per la costruzione dellimpianto, come
risulta dalle dichiarazioni del rappresentante del comune nella commissione di gara e come riportato
nel verbale del consiglio comunale di Ottana : Su questo argomento la società
vincitrice(URBASER-DI VIZIA) nell all. B) dice una cosa assolutamente illuminante: afferma infatti
che la terza linea per le biomasse può anche essere utilizzata per i rifiuti e aggiunge anche tal
quali: capace cioè di bruciare non solo rifiuti derivanti dalla sola frazione secca, ma anche rifiuti
tal quali in assenza di raccolta differenziata .
Se consideriamo la combustione di CDR (combustibile da rifiuto) nella sua composizione come
riportato dalla tabella seguente, è evidente come la normativa italiana entri in contraddizione con la
direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche di rifiuti che regola i requisiti operativi e tecnici per i
rifiuti destinati alle discariche, al fine di prevenire e ridurre il più possibile le ripercussioni negative
sullambiente e favorire la riduzione della frazione biodegradabile (non di quella non
biodegradabile!), da conferire in discarica nellarco di quindici anni.
TAB 2 Composizione tipica CDR. Fonte: Eni Ambiente (2002)
Frazione del rifiuto [%]
Plastica 23
Carta 44
Legno 4,5
Tessuti 12
Altro 14
Materiale indesiderato (vetro, roccia, metalli) 2,5
CDR 100
Il D.lgs 387/03 Attuazione della direttiva 2001/77/CE relativa alla promozione dellenergia
elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dellelettricità con
riferimento allart. 17, include tra le fonti energetiche ammesse a beneficiare del regime riservato
alle fonti rinnovabili, la frazione non biodegradabile ed i combustibili derivati da rifiuti disciplinati.
Eevidente che linclusione della frazione non biodegradabile dei rifiuti quali la plastica, non
rispetta lobiettivo di eliminare la presenza di sostanze pericolose ai fini della combustione
(produzione di diossine furani) e sia finalizzata piuttosto a mantenete un potere calorifico inferiore
sufficientemente alto per ottenere un processo di combustione adeguato. Ciò è in contraddizione sia
con la direttiva UE che precisa che il rifiuto deve essere interpretato in conformità alle finalità
risultanti dalla normativa comunitaria, alla luce dei principi di precauzione e di azione preventiva,
nonché della salute umana e dellambiente (direttiva 2006/12/CE) che con il D.Lgs. 152/2006 (art.
178) il quale afferma che lo smaltimento del rifiuto debba avvenire senza pericolo per la salute
delluomo e senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio allambiente.
Le sovrastime di potenze e di produzione che caratterizzano il PEARS in tutte le progettualità di
settore, per quanto riguarda gli RSU, mette la Sardegna in condizioni di dover importare i rifiuti per
far fronte alle produzioni energetiche.
Questo emergeva già nel progetto CTI di Ottana. Infatti, supponendo che la produzione di 20 MWe
da rifiuti derivasse dalla combustione di un CDR con PCI di 3500 kcal/kg in una centrale dedicata
avente un rendimento globale del 25 %, sarebbe stato necessario utilizzare una quantità di
combustibile pari a circa 275.000 t/anno. La produzione di un CDR di questo tipo comporta una
resa ponderale rispetto al rifiuto di partenza che si situa (al massimo) nellintervallo fra il 30 e il
40%. Per ottenere la quantità di CDR citata sopra, si dovrebbe perciò partire da una quantità annua
di RSU tal quale pari a circa 700.000 900.000 t. In pratica, per ottenere la potenza richiesta, si
dovrebbe impegnare tutta la produzione sarda annua di RSU che è di circa 850.000 t. .
Lo stesso ragionamento vale, come abbiamo visto, per le biomasse dove la proposta di impianti
superiori al MWe è in contraddizione con la creazione di filiere corte energeticamente e
economicamente sostenibili con conseguente necessità di portare a combustione i rifiuti.
Energia Solare ; Solare termico. Il PERS assegna giustamente un ruolo importante allo sviluppo
del solare termico allinterno del capitolo sulle politiche per il risparmio energetico, senza peraltro
un articolato adeguato programma di sostegno dellarchitettura bioclimatica sia con ladeguamento
dei regolamenti edilizi che col potenziamento del recupero dellarchitettura tradizionale. E
puramente teorico il calcolo che prevede nel 2010 un risparmio energetico di ~1.252GWh/
derivante dalla sostituzione dello scaldabagno elettrico con il solare termico per tutte le 570.845
famiglie sarde. Un programma di diffusione dei pannelli solari che non preveda formule dincentivo
economico e destinato rimanere un proposito velleitario.
Solare fotovoltaico; I 150GWh/a per una potenza di 100MWp al 2010, proposti nel piano,
necessitano anch essi di un forte sostegno finanziario pubblico(D.A 28.07.2005). Anche in questo
caso è preferibile finanziare piccoli impianti ( con taglie standardizzate e modulari da 2/40 KW)
diffusi sul territorio, realizzati da privati cittadini o aziende, piuttosto che impianti fotovoltaici di
taglia industriale; abbiamo già scritto come la creazione delle condizioni favorevoli ad una
progressiva espansione dellutilizzo delle fonti energetiche rinnovabili, parta da un modello di
generazione distribuita. La diffusione, nelle piccole attività private e nelle famiglie, di una
tecnologia legata alle fonti rinnovabili quali il solare, necessita di sostegno finanziario pubblico per
creare attenzione e consenso diffuso.
Solare termodinamico. Sono contemplati 320 GWh/a da 80 MW. Lipotesi appare percorribile se
dimensionata e inserita in un programma di ricerca applicata; si tratterebbe di investimenti basati su
presupposti scientifici e non assistenziali, come quelli per il sequestro geologico di CO2 .
Energia idroelettrica. La produzione 370 GWh/a da potenza di circa 380W prevista nel piano, può
essere attendibile anche se vanno presi in considerazione sia i fattori metereologici che gli usi multi
settoriali della risorsa idrica..
Biocombustibili. Per quanto concerne la coltivazione di prodotti oleaginosi e zuccherini per la
produzione di biodiesel e bioetanolo, si ipotizza luso di 39.000 ha di terreni incolti e abbandonati.
Come in altri settori, si sovra stima la disponibilità di tali colture. Le potenzialità di sfruttamento di
questa importante fonte di energia, sono legate ai limiti della nostra agricoltura, agli spazi
disponibili, alla frammentazione delle proprietà che impediscono di applicare schemi produttivi più
efficaci e rendere la biomassa prodotta in Italia competitiva con quella importata. Restano allora i
dubbi sulla opportunità, senza ricadute positive sulla nostra economia, di applicare defiscalizzazioni
e certificati verdi a prodotti importati (olio da palma indonesiano, olio vegetale di origine brasiliana
etc.), da paesi che spesso non garantiscono il rispetto delle norme ambientali. La Coldiretti, durante
il Forum internazionale su cibo ed energia (Venezia 17 aprile 2008) ha lanciato un monito per
interrompere le agevolazioni destinate alla costruzione di grandi impianti industriali per la
produzione di bioenergia, sostenuta da prodotti di importazione. Infatti, queste ultime hanno dei
bilanci energetici e ambientali negativi ai quali si sommano il consumo di carburanti per il
trasporto, linquinamento e i disboscamenti forestali nei paesi di origine.
Daltro canto non sempre i bilanci economici tornano per i produttori locali: un ettaro di
oleaginosa( girasole) può produrre in condizioni ottimali 3,5 t di semi che, venduti a 20 cent
euro/Kg, danno una resa lorda allagricoltore di 700 euro, a cui vanno sottratti 565 euro di costi
totali per una redditività complessiva di 135 euro. L alternativa potrebbe essere la produzione di
13,6 quintali di olio raffinato da vendere per la trasformazione industriale, del valore di 856 (0,48
euro al Kg). A questo calcolo va poi aggiunto il panello di estrazione i cui costi sono, per 20,4
quintali ( al prezzo di vendita di 11 euro a quintale, come da panello di girasole proteico al mercato
di Ravenna), un totale di 224 . Il valore lordo dei due prodotti è quindi di circa 1000 a ettaro,
escludendo le spese di raccolta dei semi e lestrazione.
Il sistema dei certificati verdi (Decreto Bersani, 16 marzo 1999), prevede un incentivo alla
produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili con impianti da almeno 50 MWh (dal 2004). Il
prezzo al 31/01/06 di questi certificati è di 0.09 euro/KWh che, se sommato alla remunerazione
media di energia elettrica che nel 2005 è stata di 0.08 euro/KWh, dà un importo complessivo di 0.17
euro per KWh.Un fornitore di energia elettrica con gli incentivi di cui sopra, da un ettaro di girasole
può ricavare 200 milioni di KJ (olio + stocchi + panello) che corrispondono a 13.800 KWh erogati
(1KWh = 3600KJ, e rendimento dell'impianto di cogenerazione = 25% circa) i quali, venduti al
gestore di energia elettrica, danno un importo lordo complessivo di 2.300 euro/ettaro. Nel caso che
l'ettaro fosse coltivato a sorgo fibroso, la rendita sarebbe addirittura dell'ordine di 5.000 euro. E
evidente che se i benefici degli incentivi fossero indirizzati ai produttori primari, potrebbero
sostenere la redditività del settore agricolo e non solo l'industria di trasformazione.
Il progetto Clivati prevede il montaggio ad Ottana di due enormi motori diesel marini che
azionerebbero due dinamo che produrrebbero elettricità per 30 MWe o per il doppio, secondo
alcune fonti di stampa addirittura sino a 70 MWe. Si tratterebbe di costruire ad Ottana due gruppi
elettrogeni giganteschi, alimentati ad olio di palma indonesiano. Laffare risulterebbe favorevole
solo da un punto di vista di utile economico del privato, perché pur dovendo acquistare all'estero
l'olio di palma, trasportarlo ad Ottana con autobotti da Oristano e quindi in completa diseconomia, il
fatto di utilizzare lolio vegetale permetterebbe di lucrare sulle agevolazioni fiscali e tariffarie legate
ai certificati verdi. Laffare dellolio di palma è ben conosciuto a livello internazionale perché
messo in relazione alla progressiva distruzione della foresta pluviale e all aumento di emissioni
locali e globali diCO2 . La presenza di questi mega bruciatori Diesel potrebbe in futuro favorire
limpiego di oli esausti. Mai viene considerato nel progetto il peggioramento della qualità dell aria
nell area di Ottana. La necessità di tale produzione viene messa in relazione alla produzione
energivora del Pet da parte dell Equipolymer:
L applicazione di una corretta politica di risparmio energetico che veda tale produzione partire dal
riciclo del Pet, consentirebbe un risparmio energetico del 70% incrementando i posti di lavoro nella
filiera del riciclo.
Sintesi Finale
Il rispetto degli obiettivi del protocollo di Kyoto e il raggiungimento dei nuovi obbiettivi della
comunità Europea comporta una revisione delle politiche energetiche finora perseguite con
articolazione di obiettivi locali.
1. La realizzazione del cavo SAPEI permetterà di importare lenergia corrispondente alla
potenzialità del cavo e ridurrà la necessità della riserva di potenza. Per cui alcune centrali
termoelettriche potranno essere chiuse. Va riaffermato il principio che in Sardegna deve
essere prodotta lenergia necessaria ai consumi interni; la realizzazione dal cavo SAPEI
deve essere usato per labbattimento dei costi energetici in Sardegna e non per lulteriore
incremento dei costi esterni. Lipotesi di costruzione di nuove centrali termoelettriche
deve essere scartata. Ciò consentirebbe l immediata riduzione delle emissione del 20%
secondo gli accordi internazionali senza incorrere in procedure di infrazione che
graverebbero ulteriormente sulleconomia sarda.
2. Le condizioni di salute della popolazione sarda, particolarmente di quella che vive nelle 18
aree a forte impatto ambientale ( oltre 900 000 persone ), come rilevato da più studi è
evidente compromessa. E necessario un serio programma di monitoraggio delle emissioni e
delle dismissione delle attività industriali presenti in tali aree. Nei due siti (Porto Vesme e
Porto Torres) già riconosciuti come di interesse nazionale è prioritaria la pianificazione di
un serio programma di bonifica e risanamento ambientale che veda lo Stato come garante
per le risorse finanziarie necessarie.
3. La riduzione dei consumi energetici del 20% al 2020 non può essere raggiunta puntando
solo sulla riduzione dei consumi energetici di tipo domestico ( vedi certificazione
energetica delle nuove costruzioni), ma deve partire dalla riconversione di un sistema
produttivo energivoro e a bassa efficienza; la creazione di filiere produttive che partono dal
riciclo delle materie ( vedi alluminio e Pet) può portare alla creazione di un sistema
produttivo con forti ricadute occupazionali e a basso impatto ambientale; tali premesse sono
alla base di uno sviluppo diffuso e sostenibile delisola.
4. Lincentivo allimpiego di fonti rinnovabili ( eolico e solare) deve riguardare prima di tutto
unità di produzione di taglia medio-piccola (da qualche decina/centinaio di kW a qualche
MW); il raggiungimento di un 20% di produzione da FER deve avvenire attraverso la
generazione distribuita(GD) dellenergia elettrica da fonti energetiche primarie di tipo
rinnovabile, quali sole e vento, diffuse sul territorio .Tale condizione è il presupposto per un
servizio elettrico di qualità non gravato da un elevato numero di interruzione improvvise che
caratterizza il servizio odierno .
5. La destinazione sociale e non privata delle incentivazioni ( CIP6 e certificati verdi) deve
interessare le produzioni da energia assimilata quale indennizzo per i costi esterni, sanitari
e sociali che tali produzioni comportano.
6. la gestione dei rifiuti in Sardegna, adeguando il Piano regionale dei Rifiuti, deve essere
indirizzata, tramite la raccolta differenziata, al recupero delle materie; il Piano Regionale dei
rifiuti non può essere subordinato al piano energetico, così da evitare errori di sovrastima
produttiva che necessita limportazione di rifiuti extraregionali. La destinazione sociale e
non privata delle incentivazione ( CIP6 e certificati verdi) deve riguardare anche gli
inceneritori attualmente in funzione in Sardegna .
7. La gestione delle biomasse deve essere indirizzata allo sviluppo del settore agricolo e
pastorale. La valorizzazione della parte biodegradabile dei rifiuti e delle biomasse deve
essere indirizzata prioritariamente alla produzione di compost. La coltivazione e le
produzioni di tipo alimentare devono essere incentivate attraverso una politica di
commercializzazione a filiera corta nellambito di un Piano regionale di risparmio
energetico.
Sassari 16 gennaio 2009
Vincenzo Migaleddu
Cordinatore Area Ricerca ISDE-Italia Medici per lAmbiente