<<< Noas e Betzas 2019

ARCHIVIO GENERALE >>>

Nuraghe in italiano Runaghe in sardo

 

 

 

 

 

 

 

 

Avendo trovato quasi per caso, i riferimenti alla parola “nuraghe” che noi a Chiaramonti e altri paesi, chiamano Runaghe, nel Dizionario GeograficoStorico Statistico Commerciale Degli Stati Di Sua Maestà’, il Re di Sardegna, Torino 1850. V. Angius in G. Casalis... voglio con queste due righe, omaggiare il ricordo di mio padre scomparso a novantasei anni, uomo tutto di un pezzo, burbero come si dice "a s'antiga", gran lavoratore, non mancava mai di andare in campagna, come ogni buon contadino anche nei festivi. 

---

In famiglia parlavamo il sardo, così anche i nonni quelli materni, non avendo conosciuto quelli paterni. Abbiamo iniziato a parlare l'italiano in età scolastica, e con esso, si dilettavano anche i genitori, poco mio padre, più propensa, mia madre; niente, il nulla i nonni! Così fino a pochi anni fa, mio padre amava raccontare e, fra i suoi racconti emergevano prepotenti gli scenari di guerra, spaccati di lui piccolino rimasto orfano di madre, che andò a vivere a scavalco, da un fratello maggiore, ora da una sorella fin dalla zia, la sorella di mia nonna che, abbiamo sempre chiamato Giaja Manca.

 

--

 

Tutto questo per dire, di quando nel 1954, il regista, grande Mario Monicelli, capitò a Chiaramonti per girare degli esterni proprio a nuraghe Ruju... "-Runaghe si narat in sardu ite est custu italianu!", e poi a mano a mano che raccontava delle comparse e delle maestranze per gli scenari del film, "Nos divertiaimus e nos pagaiant puru!" gli sovvenivano i ricordi di quando ancora giovine portava le pecore al pascolo, ma soprattutto, a Runaghe Ruju v’impastoiava i buoi dopo aver governato "s'ebba isteddada de sos Cossigas". Lui di runaghe Ruju aveva un ricordo di amore-odio perchè gli ricordava la sua fanciullezza di duro e avaro lavoro, ma sentimentalmente legato perchè nelle lunghe notti invernali le sue possenti mura gli offrivano riparo e protezione.

 

--

Le foto sopra in b/n, quarta riga sono di carlo paratu