<<< Noas e Betzas 2019

ARCHIVIO GENERALE >>>

Ammentos de pitzinnia. Santa Giusta  de Orria Pitzinna

 

 

 

 

 

Chiaramonti. Per la feste comandate e per quelle campestri ci si organizzava per tempo, l'abito migliore (sa muda, mudadu) quando si andava a messa con processione o meno, e per le uscite in campagna quelli meno peggio del povero guardaroba. Era tutto un fermento, un viavai generale non sempre sinonimo di buona organizzazione; chi aveva il carro a buoi caricava ogni ben di Dio, altri a dorso d’asino, altri ancora a piedi lungo i viottoli ei “sos tirighinos” per oltre sei chilometri. Spesso si dormiva lì, fra canti e balli, i fedeli più ferventi intonavano le lodi alla Santa molto venerata anche dai paesi vicini, “cun sos Gosos” de su peperu (il vespro). L’ambiente era alliettato da bancarelle dei torronai, e tra le altre, su traballanti assi, quella “de sa girandola”e, ancora, di venditori improvvisati di vino e di poche bibite prodotte dall’industria locale dei Cadatta-Soddu, tenute al fresco dentro le muliginose acque della vasca antistante la chiesa. Un altro personaggio che mi viene in mente era un ometto minuto che si aggirava per ogni dove, fino nel sagrato della chiesa tenendo una cassetta disassata, retta da una corda al collo vecchia e bisunta, che fungeva da espositore per immaginette sacre, (sos Gosos) e, talune statuette in gesso colorato pure esse di santi. Il guardiano della chiesa campestre di santa Giusta che aveva la sua abitazione a fianco della chiesa stessa, si metteva a tracolla una teca con la statua della santa, girava per la folla per raccogliere qualche obolo. In una di queste feste un gruppo di ragazzotti, rubarono “sa bertula” la sporta, al vecchietto canzoniere, che, ignaro si dissetava alla fonte. Fu molto colpito dall’insano gesto e, con lui alcune altre persone adulte che biasimavano i ladruncoli. Lui detto fatto improvvisò la seguente canzone all’indirizzo dei malfattori.

 

Chie m’at leadu su sacu a pane

No li bastet sa vida a lu finire

Cun cussu solu andet a pedire

Peri sas giannas dimandende pane

In terra bi lu betent che a cane

Totu cantos lu potant ifuire

Cussu solu epat de impiegu

Sa ilimosina li dient de tzegu

No l’ischiat chi sos  mios fint dannos

 Sue m’aer leadu sas cantones

Martoria passet cun afannos

Sapadu che lu gitana a prejone

 E chi lu cundennent a trint’annos

E de nde bessire no b’epat aficu

Poi de sos trinta bi siet s’impicu

 

 

Eh eh eh! Ahahah!

Non so bene come sia andata a finire ma, rimane il deprecabile gesto dei giovinastri e l’ottima canzone a loro destinata…

 

 

 

-

Alcune foto di anni diversi dei primi decenni del Novecento.

-

1972, le prime foto a colori che mandavo a Genova per lo sviluppo, fatte con la macchina fotografica Retina II, della Kodac che, ancora religiosamente conservo.