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s'Attittu

 

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*Currutu: portare il lutto. fare il lutto.

Iscorrutadu:
quando finiva il periodo del lutto.

Il lamento funebre viene eseguito dalle addolorate " sas dolidoras" talvolta appartenenti alla famiglia, altre volte esterne a questa, dette prefiche, "attitadoras", dotate di un bel canto o lamento. Si faceva ricorso a queste anche a seconda dell'importanza del defunto, e venivano retribuite con pochi soldi e qualche genere alimentare. "Su currutu"* era il lutto che il congiunto avrebbe portato per lungo tempo e manifestato con abiti neri, ma anche facendosi crescere la barba e i cappelli e lasciandoli incolti. Persino i giovani dovevano manifestare il lutto: vestite con qualcosa di nero le femmine, con un bottone ricoperto di stoffa nera all'occhiello della giacca. I presenti venivano coinvolti nel dolore e si cercava con frasi poetiche, similitudini o allegorie di decantare i meriti dello scomparso e di ciò che ancora avrebbe potuto fare. A seconda di chi si presentava "alla visita" si ricordavano episodi che li avevano visti coinvolti. La morte veniva ricordata con un urlo forte e improvviso, un grido lacerante, poi piano piano una nenia che coinvolgeva tutti fino ad un silenzio assoluto. Poi dopo una pausa si riprendeva improvvisamente ad urlare e piangere. La disperazione diventava l'atto dello spettinarsi o del tirarsi i cappelli    ; graffiarsi il volto strapparsi le vesti e respirare rumorosamente. Gridando e quasi sgridando il defunto per quello che aveva fatto, che era successo, quasi ne fosse il responsabile. La fatalità e il destino crudele venivano chiamati in ballo quando la morte era per disgrazia o per suicidio. Allora s'attittu era una continua ricerca della pietà umana, chiedeva commiserazione nella speranza del perdono divino. In caso di omicidio i canti incitavano alla vendetta. Si ripercorreva il fato delittuoso che aveva coinvolto la vittima" sicuramente innocente"colpita da mano assassina a tradimento. Si esaltava l'innocenza e la bontà del morto vittima dell'inganno dell'assassino del quale si metteva in risalto la ferocia e la crudeltà.Attraverso il canto le prefiche maledicevano la propria debolezza dell'essere donne e inveivano contro gli uomini che non erano stati capaci di difendere il morto. Gli uomini appartati tacevano muti: guardavano la salma poi attraverso la finestra, nella direzione della dimora dell'assassino facendo capire le proprie intenzioni.  

Poi si allontanavano soli o in gruppo a meditare e fare considerazioni sul defunto e sulla famiglia.Infine rientravano nella stanza e le donne rimaste mute riprendevano il solito canto. L'usanza de s'attittu è sopravvissuta nelle diverse forme e ha subito mescolanze religiose varie ma anche pagane e animistiche.Da noi si fa ancora "s'accunolsthu" sebbene negli ultimi tempi lo pratichino persone di una certa età, e meno quelle più giovani.Consiste nel provvedere al bisogno del mangiare dei familiari del morto. E' anche usanza di vegliare il morto durante la notte invitando i familiari colpiti dal dolore a riposarsi e a dormire. Le persone che vi partecipano sono adulti uomini e passano il tempo a raccontare episodi che avevano visto coinvolto il morto o altre cose di attualità varia. Si ha notizia che in Sardegna nel 1513 l'arcivescovo di Sassari cercò di impedire i lamenti funebri "pena la scomunica" o "il rifiuto di seppellire il morto". Cirese fa notare che i più antichi documenti della lotta della chiesa contro il costumedel "lamento funebre" risale all'anno 859, al canone 22 del terzo concilio Toletano, in cui si cita spesso il divieto di canti funebri e di lacerazioni. Anche un altro autore il Satta, cita il divieto di piangere il morto, a casa, nelle vie e nelle chiese, con lamenti e ululati e clamori graffiandosi il viso e strappandosi i cappelli per il fatto che oltre ad avere origini pagane disturba la normale celebrazione del rito cristiano impedendo nel contempo i canti ecclesiastici e la celebrazione della stessa messa. L'esempio cristiano del rito funebre la Chiesa, lo indica nelle Marie ai piedi della Croce: le pie donne sono descritte dall'Evangelista Giovanni raccolte in composta sofferenza interiore, senza espressioni di dolore o movimenti fisici scomposti.
(Antropologia: l'attittu di Andrea Muzzeddu). Sardegna antica, culture mediterranee.