PERSONE  E   PERSONAGGI:

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Tra i preti da me frequentati, il canonico Cristoforo Grixoni fù senza dubbio, il più simpatico. Lo conobbi quando, già avanti negli anni, si ritirò a vita privata a Chiaramonti, suo paese natio. Qui trascorse gran parte della vecchiaia. Suo padre Francesco1, nobile cavaliere del Regno, nonché medico condotto di questo comune negli anni a cavallo fra l'Ottocento e il Novecento, aveva sposato Vittoria Falchi Madau2, che gli diedle quattro figli: Giovannico3, che divenne generale medico, Cristoforo, Gavino4, anch'egli fu nostro medico condotto negli anni Trenta e Quaranta, e Cicina5.

In paese nessuno gli si rivolgeva chiamandolo monsignore, sebbene si compiacesse di ostentare, nelle feste comandate, la tonaca con asole cremisi e un cappello nero a larghe tese, foderato di pelo lucido e con l'immancabile grappolo di ponpon, ugualmente cremisi e pendenti sulla sinistra, testimoni della sua ascesa nella gerarchia ecclesiastica della diocesi turritana. :gli piaceva (ed esigeva) che i chiaramontesi lo chiamassero semplicemente don Christòvulu. Non mi fu chiaro se per manifesta umiltà o per la benevola concessione di un privilegio riservato ai soli compaesani; oppure per rimarcare le proprie ascendenze nobiliari. Alle quali, forse, teneva più che al prestigioso titolo di monsignore

Era entrato in seminario da adulto, dopo essersi laureato in giurisprudenza nella nostra Università. Presi i voti, proseguì gli studi fino a conseguire una seconda laurea, in Sacra Teologia. Uomo di grande cultura, svolse la sua missione sacerdotale soprattutto a Sassari, dove prestò servizio presso l'infermeria militare durante la prima guerra mondiale e, come canonico predicatore della cattedrale, dal 1913 fino ai primi anni Quaranta. Quindi rientrò definitivamente a Chiaramonti, dove visse nel palazzotto di famiglia insieme al fratello Gavino, vedovo, alla sorella Cicina, rimasta zitella, e alla fedele domestica Mariangela. Parsimoniosi in maniera di sicuro eccessiva, tutti e tre, ma anche Mariangela, che ne aveva subito l'influenza, non scherzava, apparivano costantemente impegnati a risparmiare su tutto. Sempre e comunque. Eppure non era proprio il caso, essendo essi proprietari di un patrimonio terriero considerevole, con tanche fertili ed estese per centinaia di ettari, con boschi e frutteti rigogliosi. Invece quei signori trascorrevano le serate invernali più spesso a luci spente, infilando un rosario dietro l'altro, seduti a cerchio nel soggiorno austero, illuminato dalla tremula fiamma del caminetto. Una volta, durante la celebrazione della messa solenne per la festa di San Matteo apostolo, patrono di Chiaramonti, don Christ6vulu se ne uscì di chiesa platealmente e nel bel mezzo di quella funzione religiosa, sbraitando contro il predicatore. Che, essendo forestiero e dovendo illustrare la figura del santo, prima gabelliere e poi apostolo di Cristo, non si trattenne dallo scagliare anatemi contro chi amava accumulare sulla terra danaro e ricchezza. Non sapendo, l'incolpevole oratore, che il nostro canonico aveva la coda di paglia.

Don Christ6vulu, nel rispetto delle ultime volontà espresse dallo zio materno Giorgio Falchi6, fondò l'asilo infantile7, dove i bambini della mia generazione trascorsero gli anni spensierati della prima infanzia. Nell'edificio, appositamente costruito grazie alla munificenza di quel suo zio benefattore, era stata realizzata anche una cappella, piccola, accogliente e dotata di tre banchi con inginocchiatoio. Qui le suore si raccoglievano in preghiera più volte al giorno. Il canonico vi celebrava la messa ogni mattina, alle sette e mezzo in punto. Estate o inverno, non faceva differenza. lo, che posso vantare alcuni anni di esperienza fatta da chierichetto, per centinaia di volte ebbi l'occasione di assisterlo nelle funzioni religiose. Era un predicatore irruento e affascinante. Di quelli capaci di andare dritti al cuore di chi ascolta. Riusciva a far vibrare le corde di tutti i sentimenti. Anche i più riposti e segreti. Possedeva la dote rara di modulare le omelie sulla capacità di comprendonio dei fedeli che aveva di fronte, ponendosi spesso i loro problemi e agitandone le proteste. Non tralasciava mai di esprimersi in sardo, servendosi di un lessico colto ma efficace. Per essere certo che tutti capissero. Soprattutto quando trattava i temi a lui più cari: il benessere spirituale e l'incolumità fisica dei bambini; gli sprechi in famiglia e lo sperpero del danaro. Pubblico o privato che fosse.

Quando toccava quei tasti, si accalorava in modo anche eccessivo e riusciva comunque a infondere nell'uditorio una certa suggestione. lo, come tanti altri fedeli del resto, lo ascoltavo a bocca aperta, sebbene non mi riuscisse bene di comprendere cosa mai ci fosse da sprecare in tempo di guerra. Le privazioni imposte dalle circostanze erano all'ordine del giorno, disponevamo appena del necessario; del superfluo non c'era manco l'ombra! Al riguardo, poi, eravamo già sufficientemente catechizzati in famiglia. Per cui non scordavamo mai i precetti insistentemente ribaditi dalle nostre madri; compresi quelli di raccogliere anche le briciole del pane e di toglierci le scarpe, prima di abbandonarci agli scorrazzamenti durante il gioco. Sapevamo che non potevamo, non dovevamo, consumarne le suole preziose di cuoio. Ma tant'è.

Suor Armela (Carmela), cuoca umile e solitaria nella mensa dell'asilo infantile, oltre che badare ai fornelli si faceva carico di tenere in ordine la cappella. Che profumava di pulito. I paramenti sacri sempre stirati con cura; le tovaglie di cotone candido, finemente rammendate per farle durare il più a lungo possibile, si modellavano morbide e senza la benché minima piega sulla mensa dell'altare, sormontata da due ordini di gradini rivestiti in marmo di Carrara. Qui, allineati con precisione e simmetria maniacali, stavano sei candelieri di ottone lucido e altrettanti vasi con fiori sempre freschi. Alle estremità del primo gradino, un angelo per parte, dal volto proprio angelico, a reggere altrettante aste dorate che sostenevano grappoli di lampadine. Che su or Armela accendeva soltanto in occasione di funzioni solenni.

Don Christovulu era riverito dalle suore, che gli si rivolgeva­no chiamandolo monsignore, con deferenza massima e atteggiamento cerimonioso. Per contro, esse venivano ricambiate con certo fare sbrigativo e non sempre cortese. Il canonico era di modi spicci e non amava le mezze misure. Talvolta rimproverava con asprezza quelle pie donne. Anche per motivi banali. In particolare, gli capitava di andare su tutte le furie se la bolletta della luce elettrica, di entità sempre modesta a dire il vero, superava una certa soglia. Non voleva sentire ragioni. Risparmiare, risparmiare, risparmiare! In qualunque modo e in ogni circostanza. A quelle monache, tanto povere quanto rassegnate, aveva vietato persino di usare il ferro da stiro elettrico che un'anima buona aveva regalato all'asilo. Dove funzionava anche una scuola di ricamo, cucito e raml11endo frequentata con profitto dalle ragazze del paese. Tant'è che le suore, confidando nella comprensione del buon Dio, piuttosto che in quella del loro severo monsignore, provvidero a disobbedire al canonico, ma in forma molto riservata, facendosi installare una presa di corrente nel laboratorio, opportunamente celata alla vista da un grosso armadio. L'operazione andò a buon fine grazie anche alla complicità di mio padre, elettricista dell'azienda elettrica locale8. Don Chistovulu non smise mai di sbraitare per l'entità di quelle bollette, che a suo giudizio erano sempre e comunque salate; ma se ne andò all'altro mondo senza accorgersi dell'imbroglio subito per via del ferro da stiro. Alle suore, oltre al rimorso per quell'azione, meritoria ma riprovevole, rimaneva pur sempre la seccatura di sobbarcarsi la fatica di spostare, al bisogno, quell'armadione; oltre che di stare costantemente all'erta, per evitare visite estemporanee non gradite da parte del canonico.

Ma la gente perdonava volentieri a don Christòvulu la sua inclinazione naturale verso la parsimonia, che quell'uomo riusciva a materializzare risparmiando pure sulla tonaca che indossava giornalmente, sdrucita in più parti. Unta e bisunta sul pettorale, la sua sottana era divenuta ormai lucida in prossimità delle tasche e della lunga teoria di bottoni che spuntavano dalle asole cremisi.

Quella veste talare era particolarmente bersagliata, sul davanti, da un profluvio di spruzzi di saliva che la dentiera del monsignore, in parte sdentata e in continuo saliscendi perché fuori assetto, provocava in quantità esorbitanti. Eppure, appena apriva bocca per parlare, i fedeli mettevano da parte ogni altra considerazione e restavano inchiodati sui banchi della chiesa ad ascoltarlo, ammaliati dalle sue espressioni colorite, estasiati dalle rappresentazioni efficaci e immediate che sapeva mettere insieme.

Erano seguite con particolare attenzione le sue celebri prediche del Venerdì Santo, durante la cerimonia de S'iscravamentu9Affabulatore abile e regista attento qual era, guidava con peri­zia i movimenti e gli atti di due confratelli di Santa Croce; austeri e com passati, questi impersonavano i centurioni Giuseppe di Arimatea e Nicodemo1o

A loro si rivolgeva dal pulpito esprimendosi pure in sardo, con accento solenne e tono da tragedia greca. Li invitava a libe­rare il capo del Cristo dalla corona di spine, per deporla in un paniere impreziosito da un drappo di lino candido e ricamato,  

che noi chierichetti porgevamo con la solennità dovuta a quegli attori dai costumi sgargianti e multicolori. Quindi ordinava a Giuseppe di Arimatea di prendere le tenaglie per estrarre con dolcezza il chiodo della mano destra; e di reggerla con garbo e delicatezza quella mano che aveva benedetto le folle, accarezzato i bambini, moltiplicato i pani e i pesci, confortato la Maddalena. Insomma, una rappresentazione sacra degna di tribune più prestigiose; e della quale, purtroppo, oggi resta solo un ricordo pallido. Che peraltro va sbiadendosi inesorabilmente. E che svanirà con la scomparsa della ormai esigua schiera dei superstiti che ebbero l'occasione di assistere a quelle sacre rappresentazioni. Di quegli avvenimenti, ahimé, non resterà più nulla. Di macchine fotografiche in chiesa, allora, neanche a parlarne. Cineprese e registratori erano ancora di là da venire.

Quand'era possibile, noi ragazzi preferivamo correre da lui a confessarci. Perché più aperto e comprensivo. Era stato uomo di mondo, in gioventù. Diversamente dal parroco DedolaI1, non ci caricava mai, per penitenza, la recitazione in ginocchio di trenta o quaranta pater, ave e gloria, per ottenere il perdono dei peccati gravi appena confessati. Neanche se gli confidavamo di esserci abbandonati a qualche mascalzonata non comune o, peggio ancora, di avere peccato più volte al giorno contro il sesto comandamento. Il canonico ci congedava con uno scappellotto, senza umiliarci e con l'immancabile assoluzione. Ma invitandoci caldamente a non più peccare. Pur sapendo che non gli avremmo dato retta. E imponendoci, a suggello del perdono divino, la recita di un solo pater.

Diversamente dagli altri preti, che confessavano i ragazzi vis à vis in sagrestia, don Christovulu ascoltava l'esposizione imbarazzata delle nostre colpe standosene seduto, come in trono, dentro il confessionale riservato solitamente alle donne. Il suo era il primo della navata destra nella chiesa parrocchiale.

proprio turno, ciascun penitente se ne stava a rispettosa distan­za nella navata opposta. Per comprensibili motivi di riservatez­za. Il canonico era sordastro; chi si confessava doveva tenerne conto. Ma, a dispetto della distanza di sicurezza, di tanto in tanto e d'improvviso, proveniente da quel confessionale ci accadeva di sentire certo borbottio che non prometteva niente di buono; e che poi andava mano mano amplificandosi, per finire in uno sproloquio dai toni concitati e dal volume non proprio basso. Chi era in attesa di confessarsi non riusciva ad afferrare le parole che andava pronunciando il canonico rivolto al penitente di turno; ma intuiva subito il motivo di tanta con­citazione. Era chiaro come il sole che quel penitente gli aveva confessato di essere andato a donne; ma pagando la marchetta.

Andare a donne era mancanza pur sempre da censurare; ma, in fondo in fondo, la faccenda non era poi così grave, per quel prete. Come ho detto, lui in seminario c'era entrato da adulto; pertanto conosceva bene i fatti della vita. Un privilegio, questo, che solitamente non era concesso ai suoi colleghi. Che si chiudevano fra le mura di un seminario a otto o dieci anni e, fatti salvi brevi periodi di vacanza da trascorrere in famiglia tra casa e chiesa, ne uscivano soltanto dopo aver detto messa. Se prima non cambiavano idea. Pertanto andare a donne, a suo giudizio, si poteva considerarla una debolezza comprensibile; e quindi da perdonare. Ma ridursi al punto di mettere mano al portafoglio, via! La cosa non stava né in cielo né in terra per il nostro confessore. In tal caso, il peccato assumeva una gravità del tutto particolare. Ecco perché, a quel punto, don Christovulu assumeva toni e atteggiamenti desueti.

«Quanto hai pagato?», chiedeva immancabilmente e con accento divenuto d'un tratto inquisitorio. Eppure la risposta del penitente, ormai più imbarazzato che contrito, gli era già nota. Tenuto conto del tariffario vigente nelle case ante legge Merlin13, l'interessato, impacciato più che mai, non poteva che rispondere, a mezza voce « ... cento lire, credo ... ». A questo punto, scoppiava il finimondo. Le reprimende si abbattevano sul malcapitato con la violenza di un temporale. Cedere alla tentazione della carne era cosa di certo riprovevole anche per il nostro uomo; ma spingersi fino a pagare la bella cifra di cento lire (!) per soddisfare momentaneamente le pulsioni sessuali era cosa da non potersi nemmeno concepire. Soprattutto quando i soldi erano frutto del lavoro dei genitori. Insomma, un comportamento da veri mascalzoni. Uno spreco imperdonabile. In breve, era questo il peccato vero. Gravissimo. Tanto da meritare la condanna al fuoco eterno. Difficile, quindi, ottenerne il perdono e la conseguente assoluzione. Ma, alla fine, anche quella tempesta si placava; la sfuriata perdeva via via d'intensità; quindi arrivava l'indulgenza invocata. Come sempre.

Ci fu una nevicata eccezionale, durante un brutto inverno.

Le strade del paese, abbondantemente imbiancate e ricoperte da strati insidiosi di ghiaccio, erano percorribili solo a rischio di scivoloni e cadute. Chi poteva se ne stava a casa, accanto al focolare e davanti a un piatto fumante di fave e lardol4 o di pan untu15. In ogni caso, alle persone anziane era sconsigliato di circolare a piedi. Don Christovulu, seguendo di malavoglia le raccomandazioni del fratello medico, se ne stette buono buo­no al chiuso per una decina di giorni, rinunciando persino a dir messa e a rendere le visite consuete agli ammalati. La sua figura imponente, avvolta nella calda mantella a ruota, non compariva in giro ormai da diversi giorni. La cosa non passò inosservata. Alcuni giovani decisero, pertanto, di andarlo a trovare a casa, per salutarlo e chiedergli conto della sua salute.

Il gesto fu apprezzato dal vecchio canonico, che li accolse con calore e li fece accomodare nel soggiorno. Il fratello Gavi­no e la sorella Cicina se ne stavano comodamente seduti dinanzi al focolare scoppiettante, che diffondeva intorno un calore gradevole. Dopo i convenevoli di rito, don Christovulu chiamò la fedele Mariangela e le ordinò di portare una carraffina16 di vino. La domestica ricomparve subito dopo con un grande vas­soio, una carraffina di vino rosso e i bicchieri. Che erano di cristallo splendente e di ottima fattura; ma di certo più indicati per sorseggiare il vermouth o il marsala, piuttosto che il vino nostrano. In breve, erano di taglia molto modesta. I ragazzoni in visita si scambiarono occhiate significative; ma fecero buon viso a cattiva sorte. Dopo il tradizionale salute!, d'un fiato li vuotarono d'un colpo, quei bicchierini. Quindi, sperando di poter fare almeno il bis, si sprecarono in complimenti, vantando oltre il dovuto le qualità eccezionali di quel vino generoso e dal colore rubizzo, proveniente dalla vigna di Frassos. «È proprio quel che si dice un vino da messa», sentenziarono concordi. Ma, per quanto gli ospiti si sperticassero nelle lodi, i pa­droni di casa, pur compiaciuti per gli apprezzamenti, non fecero un solo gesto nella direzione sperata e attesa dai visitatori. Niente bis, dunque. Arrivederci e buona sera a tutti. La visita si concluse così.

Quando parlava del Paradiso, ci mandava immancabilmente in estasi. Ma si premurava di ripeterci all'infinito che saremmo andati incontro alla buona sorte soltanto se fossimo morti in grazia di Dio. Il Paradiso, sottolineava spesso, era un dono generoso del Signore; ed era pur sempre sproporzionato, se commisurato alla pochezza dei meriti eventualmente acquisiti da ciascun mortale. Inoltre, sottolineava con forza, quel premio eterno appariva ancora più appetibile, se paragonato alle miserie e alle sofferenze che affliggono l'uomo in questa valle di lacrime. Nella quale, per la verità, il canonico non faceva mistero di trovarsi bene. Anzi confidava che il Padreterno gli avrebbe consentito di restarci ancora a lungo, in questa valle. Talvolta, quando gli capitava di meditare sulla morte, aveva l'ardire di immaginare che, quando il Signore lo avesse chiamato a sé, ma senza prendersi fretta, si sarebbe incamminato sereno per il sentiero celeste, con la certezza che noi, di lassù, gli saremmo andati incontro per accoglierlo degnamente, porger-

gli il benvenuto e accompagnarlo in trionfo verso la gloria divina. L'idea che, in fatto di età, ci sopravanzasse di una sessantina e passa di anni non lo sfiorava neppure.

Ma il giorno fatale giunse anche per lui. Era ormai ottuagenario e da tempo privo della memoria. La sorte, tuttavia, non gli fu del tutto avversa: negli anni che precedettero la sua scomparsa, trascorsi in serenità e in uno stato d'incoscienza pressoché totale, don Christovulu si era convinto che papa Pio XII lo avesse nominato cardinale di Santa Romana Chiesa.

Contento come una pasqua, continuava a ripeterlo ai parenti e a quant'altri andavano a fargli visita; aggiungendo che, in virtù di quella carica prestigiosa, avrebbe messo la propria influenza di principe della Chiesa a disposizione di chi ne avesse avuto bisogno. Chiedete e vi sarà dato.

Morì a Sassari nel 1957 e fu sepolto a Chiaramonti nella tomba monumentale di famiglia, a conclusione di una cerimonia funebre solenne e partecipata. Noi giovani, io ero poco più che ventenne, facemmo a gara per portarne a spalla la bara fino al cimitero. Un modo come un altro per esprimere affetto e gratitudine a un uomo che, parsimonioso col danaro, fu invece generoso, soprattutto coi ragazzi e coi giovani, quando doveva prestare attenzione ai loro problemi ed esprimere comprensione per le loro immancabili debolezze. Che, evidentemente, erano state anche le sue. E non se n'era scordato mai.

 

Il canonico Cristoforo Grixoni (1874-1957). Cfr. CARLO PATATU, Chiaramonti Le cronache di Giorgio Falchi, ed. Studium adp, Sassari 2004.

1.   Il dotto Francesco Grixoni nacque nel 1835 e morì nel 1906.

2.   Nacque nel 1852 e morì nel 1910.

3.   Nato nel 1870, morì nel 1942.

4.   Nato nel 1881, morì nel 1970.

5-Francesca, nota Cicina (1876-1975).

6.Il dottor Giorgio Falchi (1843-1922). Cfr. CARLO PATATU, Chiaramonti ... , c' 7. Cfr. CRISTINA URGIAS,
L'educazione cattolica deLL'infanzia a Chiaramonti 192 1970, ed. Assoc. culto «Alcide De Gasperi», Sassari 2004, pp. 68-69.

La ditta Budroni & Rottigni, sorta negli anni Venti del Novecento per ini­ziativa degli imprenditori Antonio Luigi Budroni (1885-1964) e Mario Rottigni (1905-80), gestiva l'azienda elettrica, un mulino per i cereali e un frantoio per le olive. Mio padre Giovanni Patatu (1908-95), dipendente di quell'azienda fin dalla sua costituzione, era un po' il factotum: dal lunedì al venerdì macinava grano e orzo; le mattinate del sabato le dedicava a ravvivare la superficie rotan­te delle mole; il sabato pomeriggio e la giornata intera della domenica lo vede­vano impegnato nella manutenzione delle linee elettriche esterne e degli impianti domestici, oltre che nella lettura dei contatori e nell'esazione delle bol­lette a scansione mensile. Tempi duri!

9. Cfr. 50S romagliettes, p. 109.

lO. Erano impersonati, allora, dal priore della stessa confraternita Andrea Carboni junior (1901-51) e da Tomasino Brunu (1889-1979).  

 

Il. Cfr. Su Vicariu, p. 55.

12. Demolito inspiegabilmente nel corso di un discutibile intervento di restau­ro della chiesa eseguito alla fine degli anni Sessanta.

13. Lina Merlin, senatrice socialista (1887-1979), fu autrice delle legge omo­nima che nell'autunno 1958 abolì la prostituzione in quelle che si chiamavano le case chiuse.

 

14.   Un piatto tipico della cucina invernale nostrana.

15. Focaccia, fatta preferibilmente con farina di granturco, abbrustolita sulla graticola, imbevuta di grasso di maiale e accompagnata da salsiccia ancora fre­sca arrostita ugualmente in graticola. Si cucina e si mangia contemporaneamen­te, standosene davanti al caminetto.

6. Caraffa o bottiglia di vetro istoriato e col tappo di vetro; la si usava in presenza di ospiti di riguardo.