Da SCUOLA CHIESA E FANTASMI di Carlo Pattatu,

pag.1                                         SU MASTRU BRAU
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Nella foto tratta dal libro medesimo il maestro Brau è il secondo da sx.

 

 

 

 

 

Era arrivato in paese negli anni Venti. Da Orotelli, in provin­cia di Nuoro e con in tasca il foglio di nomina d'insegnante nel­la nostra scuola elementare. Probabilmente, Chiaramonti dove­va essere per lui una sede provvisoria come tante altre; così co­me accade ai maestri al primo incarico. Invece, non solo mise radici in questo paese, ma ci prese pure moglie e, fatti salvi gli ultimi anni della sua vita, ci visse stabilmente. In breve, diven­ne e si sentì chiaramonte se a tutti gli effetti.

Si chiamava Pasquale Brau ma per tutti noi era Su Mastru. Come dire, oggi, l'Avvocato oppure il Cavaliere. In breve, la Scuola a Chiaramonti era lui. In persona. Basso di statura e di corporatura robusta, curava l'igiene in maniera quasi ossessiva, per quei tempi. Le mani rosee esibivano dita tozze dalle unghie tagliate sempre a misura e senza l'ombra, benché minima, di sporco. Era un salutista della prima ora: non beveva e non fumava. Amava fare lunghe camminate, marciando con passo spedito e busto eretto. In gioventù aveva avuto problemi alla vista; pro­babilmente per via di qualche infezione agli occhi. Pertanto il suo sguardo, sempre penetrante e autorevole, assumeva un plus di severità quando portava gli occhiali scuri. E cioè quasi sem­pre. Fuori dalle aule scolastiche, comunicava usualmente in lin­gua sarda, con l'accento barbaricino tipico degli orotellesi; e che non perdette mai, sebbene avesse lasciato il paese natio po­co più che ventenne. Su quel suo modo di parlare noi scolari ci ricamavano un po', trovando quanto meno curiosi certi suoi modi di dire, certe espressioni colorite. Specie quando si lascia­va vincere dalla passione o dalla rabbia. N on fece fatica ad acquistare stima e prestigio fra le sue col­leghe; come pure fra i genitori della larga schiera di alunni che affollarono le sue classi. D'altra parte, fu per lunghi anni l'unico insegnante di sesso maschile in una scuola abbondantemen­te femminilizzata. Pertanto, le maestre con bambini particolar­mente difficili da governare, quanto a disciplina, non esitavano a ricorrere a lui, quando non riuscivano a contenere l'esube­ranza di quei soggetti ribelli e per nulla rispettosi delle regole della convivenza scolastica o familiare. Di solito, il maestro Brau riusciva a risolvere il problema con interventi decisi, sempre tempestivi e persino autoritari. Nei casi estremi, e cioè spesso, faceva ricorso a una bacchetta che, guarda caso, aveva il pote­re di rimettere ogni cosa al suo posto. Le bacchette, per la veri­tà, facevano parte degli arredi scolastici, a quel tempo. Come la predella dell'insegnante e l'angolo del castigo dietro la lava­gna per i più discoli. Di bacchette ne avevano almeno una a te­sta anche le altre insegnanti. Ma quella del maestro Brau era particolarmente robusta e nodosa; e perciò assai convincente. Provate a chiederlo agli scolari indisciplinati che ebbero modo di assaggiarne il sapore. Quando faceva lezione, nell'aula c'era sempre silenzio. Assoluto. Un po' perché era molto severo, come ho detto; ma anche perché era un affabulatore che sapeva parlare ai bambi­ni. Conosceva l'arte di affascinarli e di catturarne l'attenzione. Tuttavia, gli indisciplinati non mancavano; soprattutto perché, nella stra grande maggioranza, gli alunni erano pluriripetenti. Pertanto con qualche anno in più del previsto. E siccome, spe­cie fra i maschi, l'indisciplina cresceva proporzionalmente con l'età, non era sempre facile indurre al rispetto e ridurre alla ragione i più riottosi. Allora entrava in scena la sua bacchetta magica. Proprio per questo motivo, il maestro Brau, per con­suetudine ormai consolidata e col pieno gradimento delle colle­ghe, si faceva carico delle classi quarta o quinta. Anche negli anni in cui io frequentai le elementari, Su Mastru ebbe a che fare con quelle due classi; ma, tenuto conto che a frequentare le lezioni eravamo in pochi, ci riunì in una pluriclasse. Quarta e quinta insieme. E così ebbi l'opportunità di essere suo allievo per un biennio. Ricordo che mi fece sedere al primo banco del­la fila di sinistra; dei maschi ero il più piccolo per età. A dire il vero, ero io ad avere quella giusta; semmai erano i miei compagni a vantare da due a quattro anni in più. Avevano dovuto ripetere più classi.Ho il ricordo ancora vivo di quanto ebbe a penare il mio maestro per via di certi alunni, grandi e grossi e senza voglia di studiare. Fra questi, c'era anche compare Giovannin02, mio caro compagno d'infanzia, a rendergli difficile l'esistenza.

Era simpatico e allegro; ma anche un vulcano in eruzione continua. Ogni giorno ne combinava una nuova. Di certo le sue birichi­nate non avevano fini' malvagi; ma è un fatto che gli riusciva facile mandare in tilt quell'uomo, che pertanto gli si rivolgeva abitualmente con la bacchetta a portata di mano. Al riguardo, c'è da precisare che Su Mastru aveva avuto carta bianca dal pa­dre di quel mio amico. Pertanto bacchettate e punizioni fiocca­vano su di lui tanto abbondanti quanto inutili. Era come pesta­re l'acqua nel mortaio. Diversamente dagli altri scolari, compa­re Giovannino indossava un cappotto pesante di lana grigia; un capo di abbigliamento molto raro, allora. Sua madre, abile sarta da uomo, glielo aveva confezionato su misura utilizzando, in tempo di guerra, una calda coperta militare. Ebbene, quel cap­potto era capace di ammortizzare in modo egregio le bacchet­tate che piovevano senza risparmio sulla sua schiena di alunno impertinente. Seduto in terza fila, non appena vedeva il mae­stro scendere dalla predella e dirigersi verso di lui, tirava su il bavero e c'infilava sotto la testa. Come la tartaruga. Si chiude­va a bozzolo e, come un sommergibile, se ne stava in immer­sione fino a quando l'azione della bacchetta non si era esauri­ta. Ecco perché si ostinava a indossare quell'indumento provvi­denziale anche fuori stagione. Meglio patire il caldo che i colpi, diceva. L'aula conteneva due file di banchi di legno, robusti e sco­modi: da una parte sedevano le femmine, dall'altra i maschi. Lungo il corridoio angusto che separava le bancate, il maestro Brau andava avanti e indietro, mentre spiegava la lezione; ma, soprattutto, quando i suoi alunni erano impegnati nello svolgi­mento dei compiti in classe. Copiare era proibito. Tassativa­mente. Tenendo le mani dietro la schiena, il maestro impu­gnava saldamente la bacchetta nodosa che, di tanto in tanto, gli piaceva poggiare sugli scrittoi dei banchi corrispondenti delle due file. Facendo leva contemporaneamente con entrambe le mani sulla verga, si sollevava lentamente fino a staccare i piedi dal pavimento. Quindi andava su e giù per una mezza dozzina di volte. Amava molto praticare quell'esercizio fisico, che gli doveva to­nificare i muscoli delle braccia. La bacchetta robusta, bene inca­strata sullo scrittoio nel solco destinato a trattenere le penne e le matite, assicurava una buona tenuta, peraltro collaudata più e più volte nel corso degli anni. Ma un giorno, ricordo che era­vamo alle prese con la risoluzione di un problema di geome­tria, il maestro ebbe l'idea non felice di cimentarsi in quell'e­sercizio andando a poggiare la bacchetta sul banco di compare Giovannino. Che, manco a dirlo, non si lasciò sfuggire un'oc­casione tanto ghiotta. Con tempismo perfetto, colse l'attimo in cui il maestro, allentando la presa, poggiava i piedi a terra, pri­ma di passare alla fase successiva; con l'indice, il mio compare sospinse lateralmente la verga di qualche centimetro. Quanto bastava per collocarne la punta sull'estremità dello scrittoio. Quasi in bilico. Riprendere l'esercizio, stringere la bacchetta fra le mani, esercitarvi la pressione consueta e sentirsi venir meno la base d'appoggio fu per il maestro un solo istante. Fece un tonfo e si ritrovò, sbalordito, col sedere per terra. Inutile dire che non perdette tempo a indagare su chi poteva essere stato l'autore della bravata. Compare Giovannino, che sapeva il fatto suo, era già in immersione, col bavero ben stretto a chiudere ogni pertugio che lasciasse intravedere il volto e la testa. La bacchetta, agitata con perizia, fece il proprio dovere. E il cap­potto pure. Ma, da quel giorno, il maestro chiuse per sempre con quel suo curioso esercizio di ginnastica. Su Mastru era persona autorevole e molto ascoltata, in paese. Erano in tanti a rivolgersi a lui per chiedere consigli; che dispensava senza alterigia, mostrando grande disponibilità e pazienza. La porta di casa sua era sempre aperta a tutti. Non fece a meno, e c'era da aspettarselo, di lasciarsi coinvolgere nell'at­tività politica: fu una camicia nera influente durante il Venten­nio e un militante democristiano ugualmente prestigio so dopo l'avvento della Repubblica. Commissario prefettizio del comu­ne di Chiaramonti dal novembre 1936 al maggio 1940, si ado­però per ammodernare il paese, nei limiti consentiti dalle nor­me e dalle disponibilità finanziarie dell'epoca. A noi scolari rac­contava con soddisfazione che, durante il proprio mandato, aveva fatto sistemare per intero la via Carmelo, che porta al ci­mitero, pavimentandola con un bel selciato di calcare bianco, purtroppo scomparso sotto un anonimo manto di asfalto steso­vi poi negli anni Sessanta. La passione politica lo vide attore impegnato e battagliero in consiglio comunale, sia pure dai banchi dell'opposizione, durante le amministrazioni guidate dai sindaci Armando Fumera e Nino Brandano3. Amante della na­tura, riusciva a conciliare bene l'impegno severo a scuola con la passione per la campagna. Agricoltore competente, sovrin­tendeva di persona alla coltivazione del suo bel vigneto, in re­gione Codinas4; gli fruttava una buona produzione di vino che i bevitori locali stimavano generoso e che egli vendeva in pro­prio a preziu zustu!, amava ripetere, e coadiuvato con altrettan­to zelo dalla fedele domestica Maria Leonarda .

A scuola ricopriva l'incarico di maestro coadiutore. E Cloe rappresentava in loco la direttrice didattica, che aveva l'ufficio a Ploaghe" e che, negli anni da me trascorsi sui banchi delle e1ementari, era la dottoressa Vincenzina Fogu6. Severa quanto si doveva essere a quel tempo, e cioè molto, più che dagli scola­ri era temuta dagli insegnanti. Che entravano in agitazione alla sola notizia del suo arrivo. Per noi, invece, essa non era che una signorina attempata, dai modi cortesi, distinta e con i capelli grigi raccolti ordinatamente in due magnifiche trecce, che le cingevano il capo con solennità a mo' di corona. Eppure l'an­nuncio di una sua visita non mancava di mettere in ansia i mae­stri, nonostante fossero tutti molto ligi al dovere e con tanti an­ni di esperienza sulle spalle. Ricordo che la signorina Vittorina Merella7, insegnante di origine nulvese, si premurava di dare immediatamente l'allarme, quando dalla propria aula, con le fi­nestre rivolte verso Sa pala brutta e Littu8, intravedeva una nu­vola di polvere bianca levarsi dallo stradale non ancora asfalta­to. In paese, il transito dei rari autoveicoli costituiva un avve­nimento, negli anni Quaranta. Lo era, a maggior ragione, l'ar­rivo della berlina nera del tassista ploaghe se Bucianu Span09, che accompagnava fedelmente la signorina Fogu in tutte le sue visite ispettive. In previsione del pericolo imminente, fioccava­no subito addosso agli scolari le raccomandazioni concitate sul come comportarsi in presenza della direttrice: braccia in prima, conserte, incrociate sul davanti e senza appoggiarsi sulla ribal­ta; oppure braccia in seconda, mani allacciate dietro la schiena, che doveva restare bene eretta e incollata alla scomoda spallie­ra. Non fare domande e non parlare se non interrogati. Insom­ma, silenzio e prudenza erano d'obbligo. Anche il maestro Brau, ch'è tutto dire, entrava in ambasce durante quelle visite. L'imprevisto stava pur sempre in agguato. Ma, in genere, tutto filava liscio e la direttrice si congedava distribuendo compli­menti e sorrisi. In ogni caso, la sua partenza era salutata dai maestri con un lungo sospiro di sollievolo, che a scuola me la cavavo benino, non ebbi mai l'occasio­ne di assaggiare la bacchetta del mio maestro. Non glie ne diedi mai il motivo; anche perché i miei genitori non finivano mai di raccomandarmi di fare da bravo. Pertanto, non avevo alternati­va; mi bastavano, e avanzavano, le sventolate del battipanni di vimini che mia madre, una donnona che calzava 43 di scarpe!, agitava sul fondo schiena dei propri figli, sei, con generosità ed energia solitamente inesauribili. Ci fu una sola circostanza, nella quale mi beccai a scuola un ceffone sonoro. Di quelli che lascia­no il segno e fanno sbandare fino a provocare la perdita del­l'equilibrio. Ecco come andarono le cose. La primavera era ormai alle porte e già si annunciava con giornate splendide di sole marzolino; non si poteva, non si doveva, trascorrerle sem­pre e per intero stando rintanati in quella specie di cella che era la nostra aula. C'è da dire che la scuola elementare era alloggiata in viale Marconi, nel palazzo Schintu10, che ospitava anche l'ufficio postale e che, in seguito e per alcuni decenni, avrebbe accolto pure la banca. Le classi occupavano il pianter­reno, posto due piani sotto il livello stradale. Un seminterrato, quindi. Umidità, freddo e illuminazione scarsa connotavano quelle stanze grigie, dotate di arredi spartani e solitamente sovraffollate. Dalla mia aula, con una sola finestra che si affac­ciava a oriente appena al di sotto della scalinata di accesso al portone, non si vedeva mai il sole; e nemmeno il cielo, intera­mente nascosto dalla scarpata attigua e da un altro edificio molto alto. Di acqua corrente neanche a parlarne, come pure di servizi igienici. C'era a disposizione un cortiletto attiguo per soddisfare i nostri bisogni. Il riscaldamento di quella specie di cantina era affidato, con ottimismo colpevolmente eccessivo, a monumentali stufe di terracotta color mattone funzionanti a legna. Più che calore, diffondevano nelle aule un fumo denso, acre e fastidioso.
Meglio il freddo, dunque. Ebbene, con nostra grande sorpresa, in una mattinata di sole la timida richiesta di fare una passeggiata scolastica fu accolta favorevolmente dal maestro. E di primo acchito. Cosa che acca­deva molto di rado. In fila per due, c'incamminammo festanti verso Codinas, diretti alla vigna del signor Brau. Là avremmo potuto osservare le gemme e i nuovi virgulti delle piante che si preparavano per l'arrivo della buona stagione. Il maestro aveva portato con sé una zappa, perché voleva mostrarci come il ceppo della vite doveva essere liberato dalle erbacce che mi­nacciavano di soffocarlo. Ma, giunti a destinazione, l'uomo commise una leggerezza, della quale ebbe a pentirsi di lì a po­co. Per liberarsi agevolmente della giacca e rimboccare le mani­che della camicia, posò a terra, ma solo per un attimo, la zappa. Sulla quale compare Giovannino mise prima gli occhi e, subito dopo, le mani. Inutile dire che smaniava dal desiderio di anti­cipare quanto il maestro si accingeva a farei vedere. E così, li­brato in aria l'attrezzo, lo affondò con quanta energia aveva sul primo ceppo a portata di tiro, danneggiandolo irrimediabil­mente. Non mi riuscì di capire perché mai quel caro amico, al­lievo svogliato anche del padre barbiere e privo di una sia pur minima familiarità con le cose e gli utensili di campagna, aves­se voluto esibirsi in un esercizio così inusuale per lui, molto lon­tano dalle sue abitudini. Vista la gravità del danno e non dis­ponendo di una bacchetta a portata di mano, d'istinto il mae­stro fece partire un ceffone che avrebbe dovuto stendere l'in­cauto e improvvisato zappatore. Il quale, aspettandosi quella reazione, si chinò rapido e riuscì a schivare il colpo. Che inve­ce stese me, reo di essermi trovato accanto a lui, nel posto sbagliato al momento giusto. Naturalmente, non mancarono le scuse del maestro, che ci rimase male. Non mancò nemmeno una risata generale che, su­scitata dall'evento straordinario, contribuì a sdrammatizzare la situazione e a minimizzare il danno. Il signor Brau, pur con­trariato, decise di lasciar perdere e di chiudere lì la faccenda. Ancora oggi ricordo quell'episodio con tenerezza e commozio­ne. Anche perché quello è stato l'unico schiaffo, fisico, da me subito, finora. Dentro e fuori dalla scuola.

 

Il Maestro.

1. (1895-1984), riposa nel cimitero di Chiaramonti.

 

:3. Il commendatore Armando Fumera (1905-71) fu sindaco dal 1952 al 1956, a capo di una lista civica e con la minoranza composta da tre consiglieri demo­cristiani: l'insegnante Pasquale Brau (1 R95-19R4), il dotI. Giulio Falchi (1900-93) e il possidente Carlo Maccioco (1922-56). Il cavaliere Nino Brandano (190R-H5) fu sindaco dal 1956 al 1960, guidando una maggioranza eletta in una lista civi­ca e con all'opposizione cinque democristiani: gli insegnanti Pasquale Brau, Mat­teo Tedde (1914-75) e Gerolamo Casu (1919-97), lo studente Andrea Solinas e l'agricoltore Domenico Accorrà (1905-2003).

4. In quel sito, ormai urbanizzato quasi per intero, sorgono, oltre a quelli pri­vati, gli edifici della Scuola materna statale e dell'Istituto autonomo per le case popolari.

5. La direzione didattica, all'epoca, esercitava la propria giurisdizione sulle scuole elementari e materne di Ploaghe, Chiaramonti, Codrongianus, Florinas, Ardara e Mores.

 

6.    Era originaria di Sassari (1893-1980).

7.    Nacque a Nulvi nel 1895, dove morì nel 1972.

8. Quel tratto del viale Marconi che corre sotto un boschetto di querce e che collega il centro storico di Chiaramonti col rione Codinas.

9. Sebastiano Spano (1912-72), ploaghese, noleggiatore d'auto con conducen­te, molto noto anche a Chiaramonti.

 

lO. Antonio Maria Schintu (1891-1951), commerciante di successo negli anni Trenta e Quaranta, aveva fatto costruire quell'edificio imponente, con tre piani fuori terra e una vasta cantina.