TRA STORIA E LEGGENDA

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pag.1Sommario                                          Di mamma ce n'è una sola

L'unione di mio padre con quella donna non mi era piaciuta; essa non mi piaceva. D'altra parte cosa avrei potuto dire io. Quando mia madre morì avevo solo due anni, di essa ricordo solo il profumo e il tepore che emanava quando mi stringeva al seno. Ricordo una fisionomia che oggi un pò mi assomiglia, ma soprattutto le sue mani che mi stringevano forte e le sue labbra sul mio viso. Poi essa volò in cielo ed io crebbi con gli altri miei due fratelli, più piccoli di me nella nuova famiglia. Ogni tanto me ne andavo dal mio fratello maggiore, che si era sposato e al quale ero affezionato come un padre. Mio padre, dalla mattina e fino a tarda sera stava fuori a lavorare, per procurare il necessario alla famiglia. Mia matrigna, appena grandetto, forse cinque sei anni, mi avviava al pascolo con la capra: un tozzo di pane, così come ai miei fratelli più piccoli, ma per me, buttato così con noncuranza, non teso con la mano, ma quasi lasciato andare......questo mi dava un dolore tremendo e mi metteva insieme un groppo alla gola e un nodo nello stomaco. Io invece appena fuori, a "su demaniu" con la capra, dal poco donavo un altro poco a "signorina" una bastardetta di qualche anno che mi seguiva e felice mi scodinzolava, facendo sparire in un baleno il piccolo boccone. Nel frattempo dalla discarica (su muntonalzu), si portavano nella vigna delle corbule di buona terra "concimata" e alla sera si preparavano dei piccoli fasci di legna da portare a spalla, oppure dei fasciami di erba da mettere agli animali per la notte. Rientrando a casa la sera tardi mi aspettava un altro piccolo amaro boccone, ancora buttato non teso.

I lavori di bonifica nei terreni acquitrinosi di Chilivani impegnarono per diversi anni molti lavoratori provenienti dal Goceano, Logudoro e Anglona.

Il piatto della calda minestra alla luce della fiamma del focolare era freddo e nauseante perchè servito quasi con spregio sulle mie ginocchia. Così è, che piano piano mi allontanai, andando a vivere presso la zia, sorella di mia madre. Essa le somigliava un poco, se pure più minuta. Aveva lo stesso sorriso e lo stesso tocco delle mani. Alla sera mi porgeva una modesta cena  e accarezzandomi mi chiedeva se ne volessi ancora. In effetti non stavo molto in casa, ma fuori in campagna a lavorare. Sapevo eseguire tutte le attività contadine e anche quelle pastorali al seguito delle pecore al pascolo. Ancora ragazzo di dieci dodici anni fui avviato ai lavori di bonifica nei terreni acquitrinosi di Chilivani. Mi dissero, come portatore di acqua ai lavoratori, tutti più grandi di me, e come tale avrei ricevuto una paga adeguata ad un ragazzo. Il lunedì mattina, ancora notte, si partiva col sacco in spalla tra i viottoli scoscesi della montagna e poi tra le piane malsane e nebbiose fino al cantiere. Dentro il tascapane nove pani, uno e mezzo al giorno, per sei giorni, poi, nuovamente a piedi in paese alla domenica. Il mastro operaio girava a cavallo tra i vagoni che trasportavano la terra per colmare le grandi pozze di acqua e gli acquitrini. Lungo le trincee di drenaggio contava i carichi svuotati e  valutava il lavoro degli operai che spesso si nascondevano dietro i vagoni e cataste di legno e pietre. Per fumare mozziconi di sigarette il più delle volte ottenute con poco tabacco in carta consunta di giornale  trovata qui e là. Velocemente mescevo piccole gavette di acqua lungo il fronte dei lavoratori e poi veloce, a riempire la tanica con altra acqua fresca per riprendere il giro. Finchè un giorno il capo mastro in assenza di un operaio, mi assegna ad un gruppo di lavoro. Tre per ogni gruppo, persone adulte, ammogliati o baldi giovani che fossero. Io non ero tra gli uni ne gli altri per cui viva fu la protesta dei facenti parte al mio gruppo per la presenza di un ragazzino che avrebbe ridotto la quantità dei vagoni e reso gravoso il lavoro per loro. Mi sentivo addosso una grande responsabilità e soprattutto lo sguardo intenso dei miei compagni di fatica che mi incutevano paura. Io mi impegnavo non poco e solo raramente mi raddrizzavo per cercare sollievo al mal di schiena. Così arrivò il fine settimana e insieme il giorno della paga. Il capo mastro passava lungo le trincee, a dorso di cavallo, e leggendo il nome di ognuno, tirava da una cassetta una busta che veniva lanciata al volo, all'indirizzo del lavoratore. La curiosità si impadroniva subito di tutti, soprattutto della paga degli altri per confrontarla con la propria. "-Essi masciu me!!!! e cantu t'ant dadu?-" Avevo appena aperto la busta e la mia vista  era attratta dai disegni delle banconote. Uno dei miei compagni vi frugò dentro con gli occhi svelti, ma con mano insicura e molto lentamente cominciò a contare i miei soldi. "-Compà l'ant dadu cant' e a bois, e cant' e' a nois puru!!!-". Capii subito di avere avuto tanti soldi come i grandi, e presto feci sparire la busta nelle capienti tasche polverose e sdrucite dei pantaloni. Il capo mastro aveva assistito all'evolversi del fatto, ma in disparte cercando di cogliere i nessi della situazione. Con un colpo di sprone incitò il cavallo che si posizionò al mio fianco e guardandomi con ammirazione sentenziò:- "il ragazzo ha lavorato come te, come voi tutti!!! anzi.....la sua squadra ha prodotto in proporzione più delle altre, consentendo ai suoi compagni di assentarsi per fumare mentre lui continuava a lavorare-.
- Perciò!! Egli ha diritto alla giusta retribuzione"-. Detto fatto, un altro colpo di sprone e prosegui nella propria attività. Avevo avuto gli onori, ero stato promosso sul campo, mi sentivo addosso gli occhi di tutti e andavo orgoglioso di me stesso. Ero diventato grande di colpo. Impettito quasi gonfiando il petto mi guardavo attorno, trovando conforto, anche se con un pò di invidia nei miei compagni, molti dei quali compaesani, che avrebbero raccontato il fatto in paese.  Per un attimo pensai che in definitiva io quella mole di lavoro la svolgevo a casa mia gia da molto tempo prima, e mai nessuno si era sognato di dirmi alcun che. Ora però ero diventato grande e importante. Questo, si doveva sapere in paese.