
Quando si faceva o meglio si costituiva un nuovo giogo di Buoi su Ju e
venivano giunti per la prima volta si diceva una sorta di benedizione, che
nella sua essenza conteneva concetti di abbondanza e benessere, riferiti al giogo stesso,
ai raccolti che questo col suo lavoro avrebbe contribuito ad ottenere, e allintera
famiglia proprietaria dello stesso. Se un giogo si rompeva o per altri motivi veniva
dismesso per costruirne uno nuovo, quello vecchio non doveva assolutamente essere
bruciato, causa di maledizioni a tutta la famiglia. Doveva invece essere messo da parte a
marcire, da solo, sotto lazione degli agenti atmosferici, in modo che
naturalmente invecchiando e decomponendosi tornasse come materia organica alla
terra, che tanto tempo prima, come pianta lo aveva generato.
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Su giualeddu. (da una testimonianza vera di S.G, 83 anni, chiaramontese)
Alcuni anni fa il sottoscritto dopo aver appreso e
sentito diversi racconti di persone anziane chiaramontesi e non, trovandosi nella
situazione di dover assistere un familiare de intradura, e dopo aver
consultato i familiari dellammalato, si fece costruire unu
giualeddu da un amico artigiano, che venne utilizzato allo scopo, che più avanti
verrà descritto.

Dolidoras e Attitadoras >>>>>>
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 Quando capitava la situazione
di una persona ammalata che stava per morire, e la stessa si dibatteva tra atroci dolori,
si usava prendere un pezzo del giogo dismesso, oppure una piccola copia dello stesso
eseguita su semplice tavola oppure su una canna, e mettere loggetto sotto il
guanciale del moribondo agonizzante per alleviarne il dolore affrettandone la morte. Una
dolce morte dunque fatta di umanità da parte dei parenti che vedevano al contempo
diminuito anche i loro disappunto,non potendo lenire le sofferenze del congiunto. Si dice
che taluno si potesse trovare in quella situazione nel caso che durante la sua vita avesse
bruciato o usato male il giogo. |
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Da evidenziare il carattere di sacralità utilizzato nellaugurio di
costituzione del nuovo giogo, dellunione e della forza insieme che avrebbero
alleviato la fatica del lavoro di tutta la famiglia, aumentando nel contempo la capacità
di produzione del raccolto e conseguentemente del benessere, in generale di tutti. |

Nel museo etnografico Galluras cè lultimo malteddhu, così si
chiama in lurese il martello della femina agabbadòra.Lo custodisce gelosamente Pier
Giacomo Pala, ideatore ed proprietario del museo.
Altre pratiche magiche dovevano essere comunissimre in
molti paesi della Sardegna,ben lo sapeva il Licheriil quale nella predica che fa a San
Mauro di Sorgono, tra gli altri errori in cui la gente incorreva spesso per ignoranza
denuncia anche la pratica magica de sa pippia (puppija)con questi versi.....
Sa pessone interrada siat senza maijas....Queste figurine date al defunto erano minuscole
e venivano nascoste sotto la sua schiena oppure sotto le ascelle. Una consuetudine che
viene da tempi lontani, quasi certamente dal periodo neolitico viste le venerette di tipo
cicladico e anatolico rinvenute nelle tombe sarde, una consuetudine che non è mai venuta
meno e che sotterraneamente si è sempre portata avanti anche in periodi cristiano,
giungendo in molti casi fino ai nostri giorni.
Da "Ho visto agire s'accabadora" di Dolores Turchi.Edizioni IRIS |

Su mazuccu,usato nel nostro centro, fino a poco tempo fa per sgranare cereali e
leguminose: può avere una attinenza con quello usato per praticare l'eutanasia
sarda?
Largomento del martello è stato trattato più volte da antropologi e studiosi di
tradizioni popolari.
Uno dei primi a parlarne è Vittorio Angius nel 1832; Zenodoto cita Eschilo che parla
delle usanze di una colonia cartaginese in Sardegna: usanze che prevedono il sacrificio
degli anziani. Giovanni Lilliu parla della rupe babaieca a Gairo, dove venivano soppressi
gli anziani e i malati. Il martello che in Gallura viene chiamato mazzolu ha un
corrispondente nel Nuorese, dove viene indicato come mazzoccu, e in Campidano dove invece
si usava il termine mazzocca.
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